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Attività di manutenzione straordinaria sui portali

Clicklavoro - Sab, 25/05/2019 - 09:00
Dalle 9:00 di sabato 25 maggio, non saranno disponibili i servizi sui siti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, dell’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro e Cliclavoro

A Roma l’asilo nido “Munting Tahanan” a rischio chiusura. L’appello delle educatrici: “40 bimbi e famiglie da aiutare”

Agensir - 4 ore 53 min fa

Il bambolotto più desiderato dalle bimbe ha la pelle ambrata e viene dal Nicaragua. Ma nell’asilo nido ci sono bambole con gli occhi a mandorla, con la carnagione chiara, con i capelli ricci come gli africani o lisci come gli asiatici. Appena varchiamo la soglia del Centro interculturale per minori stranieri “Munting Tahanan”, che in tagalog, la lingua delle Filippine, significa “Piccola casa” troviamo due bimbette di nemmeno tre anni che se lo contendono. Una ha le treccine e viene da Capoverde, l’altra è cinese e chiede l’acqua in romeno. Tra loro si capiscono, anche se ognuno parla due o tre lingue e quella che prevale è l’italiano. Le canzoncine sono in inglese o in portoghese. La bimba più piccola è filippina e ha sei mesi, la troviamo tra le mani amorevoli di Gloria, che le cambia il pannolino. Poi tutti a giocare con i doni della natura, con sabbia, ceci e pietre, con materiali di riciclo. Colazione, pranzo e merenda insieme, compreso il pisolino nei lettini. Nessuno ha paura del diverso, tutto è semplice e naturale, tutto è creativo. Qui non esistono muri e barriere, solo cura, gioco e condivisione. Questo centro diurno nel XIII Municipio di Roma accoglie bimbi da 0 a 3 anni ed è un posto molto speciale. Nato nel 1996  per volontà di Nely Tang, sociologa filippina morta precocemente alcuni anni fa, è stato uno dei primi asili multiculturali della capitale, che accoglie bambini di tutte le nazionalità. Ora ne ospita una quarantina e rischia di chiudere perché il 31 maggio scade il contratto stipulato con il Comune di Roma per la gestione del centro. Nel frattempo non sono usciti altri bandi ed educatrici e famiglie stanno lanciando un SOS per salvare questa “piccola casa” di tutti i colori. Dopo una prima richiesta a gennaio rimasta senza risposta, in questi giorni è stata inviata una nuova lettera all’assessora alla persona, scuola e comunità solidale di Roma Capitale, Laura Baldassarre, per chiedere una proroga del contratto fino al 31 luglio 2019, per completare almeno il percorso educativo iniziato a settembre. Come loro anche altri asili nido della capitale, che stanno pensando di unire le forze per affrontare l’emergenza.

Angelica Da Rocha, direttrice del centro

Senza la convenzione con il Comune 40 famiglie in difficoltà. “La mancata proroga del servizio – scrive la Commission for filipino migrant workers Italia, l’associazione che gestisce il centro – causerà un danno notevole ai bambini e alle famiglie in quanto verrà a mancare un fondamentale sostegno al processo di integrazione sociale e culturale”. Le 40 famiglie infatti – il 40% sono filippini -, hanno lavori precari e non rientrano nella graduatorie per accedere agli asili nido comunali.  “La convenzione con il Comune di Roma permetteva di coprire 14.000 euro di spese mensili – spiega Luisa Pagano, volontaria –, così le famiglie potevano pagare una retta minima, di 150 euro, invece che 450 euro come negli asili privati. Dobbiamo cercare di tamponare l’emergenza fino a fine luglio. Siamo in attesa di una risposta dell’assessorato”. “Ci hanno detto che quest’anno non ci saranno bandi ma prevedono di aumentare di tre ore il sostegno nel doposcuola degli istituti pubblici  – conferma la direttrice del centro Angelica Da Rocha, brasiliana -. Ma le nostre famiglie hanno bisogno di altro, perché i bimbi sono piccoli e non sanno dove lasciarli”.

“Il nido è una alternativa importante per evitare separazioni dolorose tra mamme e bambini. A volte sono costretti a mandarli dai parenti in patria o a portarli con sé nei luoghi di lavoro”.

Gloria Prado con la bimba di 6 mesi

Bimbi di 13 nazionalità. Al “Munting Tahanan” ora ci sono bimbi da Filippine, Capoverde, Ecuador, Salvador, Perù, Brasile, Romania, Moldavia, Russia, Ucraina, Cina, Giappone e Italia. Molti sono nati da coppie miste. Un bimbo ha madre coreana, papà giapponese ed è di nazionalità brasiliana. C’è anche un piccolino con problemi di autismo. Alcuni sono figli di mamme single. L’asilo è aperto dalle 8 alle 17 ma le dieci educatrici fanno tre ore al giorno in più di volontariato pur di mantenere in vita questo sogno: sono brasiliane, romene, peruviane, filippine e sanno bene cosa significa trovarsi sole con figli in un Paese straniero, senza una famiglia e una rete di supporto. Se il centro chiude anche le educatrici rischiano di perdere il lavoro, ma nessuna pensa a sé: la priorità sono i bambini e le famiglie. “Stiamo facendo tanti sacrifici per loro, speriamo di riuscire ad andare avanti – dice Manuela Tufaru, romena, lavora qui da 7 anni -. Noi siamo il ponte che collega le famiglie in difficoltà con i servizi. Facciamo da tramite tra marginalità e integrazione. Questa struttura funziona e permette alle famiglie di prendere una boccata d’aria”.

L’integrazione è reale ed è anche un vantaggio per i bambini, che non rimangono isolati nelle comunità di provenienza, parlando solo la lingua dei familiari. Perfino il Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) è venuto a studiare l’esperienza, ritenuta una buona prassi. Silvia Miranda, peruviana, lavora al centro da tanti anni e molti dei bambini che ha visto passare sono oramai adolescenti. “Una alunna italiana ora ha 16 anni e ha imparato qui diverse lingue straniere, perciò ha scelto di frequentare l’istituto alberghiero. Il futuro è multietnico, saper convivere e rispettare ciascuno la cultura dell’altro”. La figlia di Silvia, che ha frequentato le scuole pubbliche italiane, vivendo con un po’ di fatica la diversità, oggi rimprovera simpaticamente la mamma: “Perché da piccola non mi hai portato qui?” Ogni tanto il centro organizza anche feste e cene con i cibi delle diverse culture, e per i genitori è sempre uno scambio gioioso e arricchente. Belen Regacho, filippina, si commuove quando racconta come è nato il centro, gli sforzi che hanno fatto le famiglie per ristrutturare questa nuova sede in via Bonaventura Cerretti: “Alcuni hanno pignorato perfino i gioielli per pagare il finanziamento”. Ora il debito è stato estinto e nella “piccola casa” girano tanti volontari, compresi giovanissimi stagisti. Ma le spese per l’affitto, gli stipendi degli operatori, le tasse e le bollette si aggirano intorno ai 18.000 euro ogni mese. Per aiutarli con una raccolta fondi o in altri modi è possibile fare un bonifico a: CFMW – Italia IBAN IT64R0310403215000000027735; cfmwitalia@libero.it

Giochi, sport e disabilità. Albano (Agia): “Diritto di tutti e via di inclusione”. Le storie “positive” di Alma e di Marco

Agensir - 5 ore 3 min fa

Il 28 maggio si celebra la “Giornata mondiale del gioco”. Per l’occasione l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia) ha lanciato “Giocare tutti, nessuno escluso”, un invito a far giocare insieme tutti. Si tratta di un’iniziativa rivolta a tutti coloro che, per la Giornata mondiale, organizzeranno laboratori di gioco e/o di lettura ad alta voce per bambini e ragazzi con disabilità insieme agli altri coetanei. L’invito è stato lanciato il 9 maggio in occasione della presentazione del documento di studio e proposta dell’Agia “Il diritto al gioco e allo sport dei bambini e dei ragazzi con disabilità”. “Trattare di diritto al gioco e allo sport dei bambini e dei ragazzi con disabilità – dice la garante, Filomena Albano – significa porre in rilievo che il gioco e lo sport sono diritti di tutti i bambini e che per tutti occorre garantire pari opportunità di fruizione e di accesso, attraverso interventi capaci di bilanciare principi generali con principi di specificità e personalizzazione”. In Italia sono solo 234 i parchi gioco inclusivi, concentrati prevalentemente al Centro Nord e spesso non accessibili ai ragazzi con disabilità intellettiva o con disturbi dello spettro autistico. Manca una legge che renda effettivo il diritto al gioco e allo sport per tutte le persone di minore età, quelle con disabilità comprese. Servirebbero, inoltre, risorse economiche adeguate per supportare progetti e servizi locali come ludoteche, ludobus, giochi nei quartieri e consentire la riappropriazione degli spazi pubblici urbani senza barriere: è quanto emerge dal documento di studio e proposta dell’Agia.

Il gioco come terapia. Alma ha cinque anni e ha disturbi dello spettro autistico. Con i genitori Matteo Zaccone e Tatiana Primadei, 38 anni entrambi, originari di Roma, e la sorellina Mira, di 3 anni, vive a Formello. Il gioco è lo strumento attraverso il quale terapisti e genitori la aiutano a rapportarsi con gli altri. “Abbiamo iniziato ad avere dei sospetti quando aveva 15/18 mesi, ma solo intorno ai due anni abbiamo avuto la diagnosi di autismo – ricorda Tatiana -. Siamo venuti a conoscenza del centro di riabilitazione di Viterbo convenzionato, dove adottano il metodo cognitivo comportamentale per approcciare pazienti con questi problemi (Aba). L’aspetto fondamentale della terapia è il gioco: infatti,

il gioco diventa una via di apprendimento.

Certamente, è un gioco strutturato, non spontaneo, s’insegna a giocare in modo tipico”. Alma ama correre, fare i salti, andare in bici. “Abbiamo pensato, perciò, di fare un altro passo – prosegue la mamma -. Se nelle ore di terapia le insegniamo a giocare con gli altri, abbiamo pensato che sia giusto nel tempo libero insegnare agli altri a giocare come piace a lei in modo che il gioco come le viene naturale possa diventare un momento di divertimento e di condivisione con i pari. Abbiamo notato che in questo modo Alma è più felice ed è più facile per lei relazionarsi con i pari, la sorellina o gli altri bimbi. Ad Alma piace tantissimo saltare: a casa le abbiamo comprato molle a cerchio di tutte le dimensioni. La bimba entra nel cerchio e inizia a saltare: se c’è un bimbo gli facciamo dare le manine ad Alma e iniziano saltare insieme. A lei piacciono tanto le canzoncine dello Zecchino d’oro: noi cantiamo, Alma è attirata e chiediamo anche al bimbo di cantare, così mia figlia fissa il suo sguardo verso il piccolo. A lei, poi, piace tanto essere rincorsa, in questo gioco inseriamo altri bimbi, sempre con la mediazione di un adulto”.

La pappagallina Lola. I coniugi Zaccone hanno aperto nel 2017 un’associazione: “Serenamente” onlus, che offre un servizio di post scuola per pochi bimbi, che offre ad Alma l’opportunità di stare con qualche pari e agli altri bambini di essere impegnati fino alle 18 e non alle 16, rispondendo alle esigenze lavorative dei genitori. A scuola sono stati promossi eventi di sensibilizzazione e formazione per le maestre. La mamma di Alma confida:

“Il nostro progetto più grande è realizzare una ludoteca inclusiva e sensoriale.

Adesso stiamo lavorando a una raccolta fondi tramite un progetto dei Bambini delle fate, un’impresa sociale di Castelfranco Veneto. Mi auguro di riuscire ad aprire la ludoteca entro il prossimo anno. Abbiamo bisogno di 100 donatori, siamo arrivati a 72/73”. Tatiana ha anche dato alle stampe una favola scritta per spiegare alla figlia più piccola cos’è l’autismo: “La pappagallina Lola e lo spettro magico” è il titolo del libro illustrato, in uscita a maggio.

“Giovani e Tenaci”. Marco Ferraro, 17 anni, frequenta il terzo anno del liceo classico. È disabile dalla nascita per una malattia congenita rara che in Italia colpisce un bambino ogni 1500 nati, la spina bifida. “Da febbraio 2017 gioco a pallacanestro nella squadra dei Giovani e Tenaci – racconta -. Prima di iniziare il basket giocavo a tennis in un campo vicino casa, dove mi allenavo con altri ragazzi normodotati. La carrozzina era da passeggio e facevo una gran fatica. Dopo due anni ho deciso di smettere e di mettermi alla ricerca di un altro sport, possibilmente di squadra. In questo modo sono approdato al basket”, grazie al quale, aggiunge, “sono diventato meno timido, più sicuro di me, più determinato a portare a termine i miei obiettivi. Esco di più, affronto le persone senza timore e anche il mio percorso scolastico è migliorato”. Con i Giovani e Tenaci “siamo una squadra molto unita, che cresce di anno in anno. Ci alleniamo due volte a settimana nella palestra della Fondazione Santa Lucia e partecipiamo al Campionato italiano giovanile. Per due anni consecutivi ci siamo qualificati alle Final four assieme a squadre con storie molto più importanti della nostra.

Durante gli allenamenti ciascuno di noi dà il meglio di sé,

per cercare di raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo ad inizio anno. C’è una forte unità sia in campo che fuori, alimentata: anche dalla bravura dal nostro coach, Stefano Rossetti, molto esigente e perfezionista, che lavora per tirar fuori il meglio da ognuno di noi”.

Sport di squadra. Da quando ha iniziato questo percorso Marco sente “di aver fatto buoni progressi, pur essendo cosciente di essere solo all’inizio”. “Far parte della squadra non vuol dire solo fatica ma anche divertimento – ammette -. Quando si va in trasferta si viaggia tutti insieme e a volte si soggiorna in albergo.

Si incontrano molti ragazzi della nostra età, tutti in sedia a rotelle e tutti che si sentono importanti”.

“Da grande – conclude – vorrei diventare un medico e sto studiando molto fin da ora per realizzare questo sogno. Non è sempre facile conciliare lo sport con lo studio ma, nella vita, se le cose si fanno con piacere e se servono per costruire il proprio futuro non sono più un peso. A un ragazzo disabile della mia età, che sta sempre chiuso in casa, consiglio di uscire, di non dare importanza alle persone che lo prendono in giro e soprattutto di praticare uno sport di squadra, perché permette di socializzare, di acquistare sicurezza e di imparare a contare sull’aiuto dei propri compagni, che nei momenti di difficoltà ci sono sempre”.

La Rinascente offre nuove opportunità di lavoro

Clicklavoro - 5 ore 6 min fa
La nota catena di grandi magazzini è presente in otto città italiane tra cui Milano, Torino, Monza, Firenze, Roma, Cagliari, Catania e Palermo

Casa della storia europea, un altro modo per conoscere il passato e interrogare il futuro

Agensir - 6 ore 1 min fa

Il “mito” Europa, le antiche civiltà del continente, le grandi fasi della storia, le scoperte scientifiche, il pensiero filosofico, le religioni, le rivoluzioni. E poi le tradizioni popolari, il lavoro, l’industria e gli altri settori economici, le famiglie, la cultura, le mode, lo sport… Fino alle guerre mondiali e all’avvio del processo di integrazione comunitaria.
A Bruxelles, nel cuore del quartiere europeo, è possibile visitare la Casa della storia europea; i visitatori sono accompagnati in un viaggio – affascinante, multimediale, divertente e interessante – che parte dal passato per interrogare gli europei sul futuro comune. Non manca, ovviamente, la parte dedicata alle istituzioni Ue, spiegate con linguaggio e immagini semplici e chiare.
L’ingresso è gratuito. La visita può durare da un’ora a un paio d’ore, ben spese. L’esposizione è disponibile in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione europea.

Sono disponibili anche visite su misura per le scuole, le famiglie e i gruppi.

La Casa della storia europea è situata nel Parco Léopold. L’edificio è stato restaurato rispettando lo stile originale del 1930, quando ospitava una clinica dentistica per bambini svantaggiati.
In questo video, Sir porta i lettori all’interno della Casa della storia.
Tutte le informazioni sono su http://www.europarl.europa.eu/visiting/it/bruxelles/casa-della-storia-europea.

Nuovo concorso pubblico al Comune di Torino

Clicklavoro - 6 ore 6 min fa
La selezione, per titoli ed esami, è finalizzata a reclutare nuovi ausiliari del traffico che saranno assunti a tempo indeterminato. È sufficiente il diploma di scuola media inferiore e apposita certificazione per il ruolo, rilasciata da una PA o agenzia formativa accreditata. C’è tempo fino al 7 giugno per inviare la domanda di partecipazione!

Sanità. Policlinico Gemelli: la persona al centro fra traguardi raggiunti e progetti per il futuro

Agensir - 6 ore 10 min fa

Il presente e il futuro. La Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli Irccs di Roma si racconta nelle 80 pagine del Bilancio di missione 2018 presentato oggi presso l’Aula Brasca del nosocomio, riassume i traguardi messi a segno in ricerca e assistenza clinica e lancia nuovi progetti: un nuovo edificio per la cura e la ricerca, un nuovo hub ambulatoriale e il primo punto ambulatoriale esterno. Intanto ha preso il via il Comprehensive Cancer Center, nuova realtà di ricerca e cura per i malati di tumore, sede di una strutturata ricerca sul cancro coniugata con un portfolio integrato di servizi e prestazioni che abbracciano tutto il percorso clinico-assistenziale del paziente. Obiettivo, offrire un’assistenza sempre più efficace e personalizzata, finalizzata ad accompagnare e prendere per mano il malato di tumore in tutte le fasi del suo percorso diagnostico, terapeutico e riabilitativo.

Con un unico denominatore comune: la centralità della persona.

Membro di Alleanza contro il cancro, network di cui fanno parte tutti gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico nazionali dedicati al trattamento e alla ricerca contro i tumori, il Gemelli è uno dei principali centri oncologici italiani. Circa 50mila i pazienti oncologici curati ogni anno, oltre 22mila ricoveri, oltre 1 milione di prestazioni ambulatoriali, 12.600 interventi di chirurgia oncologica, più di 26mila chemioterapie, 35mila sedute di radioterapia.

Traguardi raggiunti. Nel febbraio 2018, dopo un percorso avviato nel 2015, arriva un importante riconoscimento da parte del ministero della Salute: il Gemelli diventa Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) per le discipline “Medicina personalizzata” e “Biotecnologie innovative”. Nel frattempo vede la creazione del Pronto soccorso pediatrico e del Gemelli Art (Advanced Radiation Therapy), Centro di radioterapia oncologica avanzata con tecnologie e apparecchiature uniche in Europa. “La complessità del contesto nel quale la Fondazione opera – afferma il presidente Giovanni Raimondi – rende purtroppo particolarmente gravoso garantire il pieno raggiungimento della nostra missione, che è quella di prestare buone cure a tutti. Pur soffrendo di un contingentamento di risorse dettato dalla sua formale natura di soggetto privato, l’impegno di tutti sopperisce a questa penalizzazione che ancora più ci sprona a ricercare il massimo dell’efficienza e della sostenibilità; non per perseguire mire aziendalistiche, ma proprio per garantire la continuità della nostra opera e del nostro servizio”.

Con 8 dipartimenti clinici e di ricerca, 241 unità assistenziali, 1526 posti letto, 400 trapianti effettuati in un anno, 94.919 pazienti dimessi, 82.076 accessi al pronto soccorso, 4110 nati nel 2018, 10.514.533 prestazioni ambulatoriali, il Gemelli è il secondo ospedale italiano per dimensioni. Un fiore all’occhiello è anche la ricerca: 485 i progetti – di cui 194 nuovi e finanziati da soggetti esterni per un importo pari a oltre 14 milioni di euro – e 91 le sperimentazioni cliniche attivate (con un fatturato di 6,5 milioni di euro) per un totale di oltre 20 milioni di euro. Avviati, nel corso del 2018, 10 progetti di ricerca finalizzata finanziata dal ministero della Salute per un totale di 2.102.000 euro. E tra i vincitori del finanziamento,

6 progetti hanno come principal investigator un giovane ricercatore.

Tra le principali linee di ricerca le malattie croniche complesse, l’innovazione nelle tecnologie sanitarie, la salute della donna e del bambino, le biotecnologie innovative.

In cantiere. Entro il 2019 aprirà le porte al pubblico il primo punto ambulatoriale “esterno” di I livello, dedicato ad attività sanitarie diagnostiche. Una struttura di circa 500 metri quadrati a San Basilio, zona popolare della capitale ad alta intensità abitativa. Ma il 2018 ha inoltre visto l’incubazione di due grandi progetti. Anzitutto il nuovo edificio per attività sanitarie, universitarie e di ricerca di cui nel 2020 avverrà la posa della prima pietra. Un’opera importante – quasi 30mila metri quadrati – che risponde a una logica di integrazione tra ricerca, formazione e assistenza secondo un modello organizzativo centrato sul paziente. L’edificio ospiterà spazi ambulatoriali, Day hospital e degenze per 170/200 posti letto. Prevista anche una nuova area universitaria con l’unificazione e la riorganizzazione di alcuni laboratori e nuovi spazi per i dipartimenti. Il secondo grande progetto in cantiere riguarda la realizzazione di un nuovo hub ambulatoriale presso l’attuale Residenza sanitaria di ospitalità protetta nel campus del Gemelli. L’intervento – oltre 2.500 metri quadrati – prevede un’area di accoglienza e 38 ambulatori, un’area radiologica (Rm e Tc) e una sezione radiologica con mammografo ed ecografi.

Opportunità in Europa e nel mondo con Adidas

Clicklavoro - 8 ore 6 min fa
Adidas, la nota marca di abbigliamento sportiva tedesca, ha aperto di recente nuove posizioni in Europa e nel resto del mondo

Magnaghi Aeronautica assumerà 100 figure professionali fra Campania e Puglia

Clicklavoro - 9 ore 6 min fa
Le assunzioni avverranno entro il 2022 fra Brindisi, Caserta e Napoli. I profili ricercati saranno i più disparati, dagli addetti alla produzione a tecnici

Al via il Festival dello sviluppo sostenibile

Clicklavoro - 10 ore 6 min fa
Dal 21 maggio al 6 giugno si tiene il Festival dello sviluppo sostenibile: la più grande manifestazione internazionale sulla sostenibilità

Inbuyer, il progetto che promuove i rapporti fra le imprese italiane ed estere

Clicklavoro - 11 ore 6 min fa
Quasi 50 tappe nel Nord Italia che coinvolgeranno più di 800 imprese. Partecipazione gratuita da parte delle aziende interessate, che possono prenotarsi direttamente online

Elezioni europee. Majamaa (European Youth Forum), “più voce e spazio ai giovani nell’Ue”

Agensir - 11 ore 22 min fa

“I giovani sono enormemente sottorappresentati nelle istituzioni pubbliche. Meno del 2% degli eurodeputati era sotto i 30 anni, quando il Parlamento si è insediato nel 2014. Quindi c’è una discrepanza tra questo gruppo sociale e le persone che lo rappresentano; il divario emerge anche nell’agenda politica dell’Europa”. Parla Ville Majamaa, 26 anni, vicepresidente dell’European Youth Forum (Eyf) , piattaforma cui appartengono oggi 105 organizzazioni giovanili – consigli nazionali della gioventù e organizzazioni giovanili internazionali di varia ispirazione (studentesche, sociali, politiche, confessionali…) – vale a dire intorno ai 40 milioni di giovani. “Il nostro scopo è fare in modo che si senta la voce dei giovani nei processi decisionali della politica a livello europeo”, spiega Ville, che è nato in Finlandia, ha studiato in Gran Bretagna, ha vissuto a Mosca e ora fa un master a Bruxelles. Ville dai modi gentili, porta con sé anche l’esperienza di oltre dieci anni di attivismo tra Scout, Croce rossa internazionale e non solo.

Come avete seguito la campagna elettorale?
Le politiche giovanili in quanto tali non sono una competenza della politica europea, ma molte decisioni politiche hanno ricadute sui giovani: dal clima all’occupazione… qualsiasi cosa. Noi ci siamo messi in contatto con i partiti politici a livello europeo e abbiamo incontrato gli “spitzenkandidaten” per costringerli almeno per un giorno a confrontarsi con i temi che riguardano e interessano i giovani. Abbiamo poi creato sul nostro sito uno strumento che aiuta a confrontare i programmi politici dei diversi partiti su temi specifici. E poi abbiamo cercato di raggiungere i giovani a livello locale con il nostro camper tutto colorato: in dieci diverse città d’Europa abbiamo vissuto eventi con le organizzazioni locali, cercando di coinvolgere i candidati più giovani. Qui a Bruxelles poi abbiamo vissuto lo YoFest! a fine aprile, in cui almeno per un giorno i giovani hanno “occupato” lo spazio di fronte al Parlamento.

Nel confronto voi che cosa avete chiesto?
Già nel novembre scorso avevamo approvato in assemblea un documento contenente dieci richieste per il futuro dell’Europa, a partire dallo sviluppo sostenibile all’occupazione, visto che 11 anni dopo la crisi i giovani combattono per trovare lavori di qualità; impegni per la lotta all’esclusione sociale alla povertà, considerato che i giovani sono il gruppo più a rischio. Per ogni sfida abbiamo elaborato un paio di proposte concrete.

Ci sono tanti giovani “naturalmente europei” oggi, per le esperienze di studio e di lavoro che vivono o hanno alle spalle, ma ci sono anche tanti giovani lontani dall’Europa: come li intercettate?
Abbiamo visto che è più facile raggiungere i gruppi “marginali” di giovani attraverso i loro coetanei. Sono gruppi che spesso non sono organizzati come noi siamo abituati a vedere, ma non significa che non siano collegati tra di loro, non abbiano una comunità di appartenenza. Raggiungerla richiede un po’ più di creatività e flessibilità da parte nostra. È molto importante cercare punti di ingresso per incontrarli, come noi abbiamo fatto attraverso alcune delle nostre organizzazioni che esistono proprio per tenere insieme questi gruppi di giovani in minoranza o svantaggiati. Però è ovvio che sono una sfida e uno sforzo che non finiscono mai…

Vi sentiti presi sul serio dalle istituzioni europee?
Con la Commissione e il Parlamento qui a Bruxelles è più semplice. Su alcuni temi, come istruzione, volontariato, occupazione, è quasi scontato che noi siamo “portatori di interessi”ed è naturale che la Commissione ci cerchi (ad esempio nel caso della ridefinizione della “strategia giovani”). In altri ambiti, è molto più recente il coinvolgimento (salvaguardia del creato); in altri ancora (come la pace, la sicurezza) generalmente non siamo coinvolti.

Il tanto parlare di giovani nel discorso politico è retorico o reale?
Se guardiamo alla vicenda della definizione del piano finanziario pluriennale, in cui c’è la tendenza a tagliare a motivo del Brexit, la Commissione e gli Stati membri hanno più volte detto di non voler far tagli sui giovani. La Commissione ha proposto di raddoppiare i fondi per l’Erasmus, il Parlamento ha addirittura chiesto di triplicarli. Ora però dobbiamo vedere che cosa dirà il Consiglio, gli Stati membri. In altri casi però continuiamo a essere inscatolati in ambiti politici molto ristretti e ogni volta che cerchiamo di uscirne veniamo un po’ rimbrottati: politiche di coesione, agricoltura, è qui che ci sono tanti soldi e le grandi partite e qui non siamo sempre accolti a braccia aperte.

Quanto vi è vicina la deriva populista?
Per noi è un tema di dibattito generale e ci confrontiamo con argomenti o decisioni populistiche come secondo noi è l’iniziativa DiscoverEu: quando si tratta di investire nei giovani bisognerebbe essere un po’ più attenti e non venir fuori qualche mese prima delle elezioni distribuendo soldi a questa generazione sperando così di portarli al voto. A noi è sembrata una mossa elettorale più che una volontà genuina di affrontare i bisogni delle giovani generazioni. Anche perché una volta ottenuto il biglietto del treno gratis, non tutti i giovani possono comunque permettersi di pagare vitto e alloggio là dove vanno. Un po’ semplicistica è anche l’idea che facendo viaggiare i giovani per l’Europa questo basti a farli sentire più europei: noi preferiremmo un investimento nella mobilità dei giovani che crei un legame là dove vanno, ad esempio partecipando a brevi progetti di volontariato locale. Questo creerebbe quei legami personali, ricordi e concretezza all’idea di essere europei. A livello giovanile non esiste un movimento paneuropeo populista, è più un fenomeno nazionale. Come giovane però mi preoccupa il futuro del progetto europeo, preso di mira dai populisti. Provengo da un piccolo Stato membro, la Finlandia: a livello globale nessuno ne avrebbe mai sentito parlare se non fosse un Paese dell’Ue. Siamo al tavolo delle discussioni globali solo a motivo dell’integrazione: su tanti temi, dal clima, al commercio, all’esplorazione nello spazio, dobbiamo lavorare come entità europea.

European elections. Majamaa (European Youth Foundation), “give greater voice and room to young people in the EU”

Agensir - 11 ore 22 min fa

“Young people are disproportionately under-represented in public institutions. Less than 2% of MEPs were under 30 when Parliament took office in 2014. This figure signals a discrepancy between this societal group and those who represent it: the gap is also evident in Europe’s political agenda”, declared Ville Majamaa, 26, Vice-President of the European Youth Forum (Eyf) , a platform that brings together 105 youth organizations – national youth councils and  international youth organizations of different nature   – of students, social, political, confessional etc…) – namely, approximately 40 million young people. “Our aim is to ensure that young people’s voices are heard in political decision-making at European level,” said Ville, who was born in Finland, studied in Great Britain, lived in Moscow and is now pursuing a Master’s Degree in Brussels. Ville has over a decade’s experience of activism in the Scouts and the International Red Cross, inter alia.

How did you follow the election campaign?
Youth policies per se are not a prerogative of European policies, but many political decisions have an impact on young people: from climate to employment … you name it. We contacted political parties at European level and met with the “spitzenkandidaten”, so that for at least for one day they would discuss issues and themes that affect and involve young people. We created a tool on our website that helps to compare the political programmes of different parties on specific topics.  We then tried to reach out to young people at local level with our coloured camper: we promoted events with local organizations in cities across Europe, trying to involve young candidates. We held the YoFest! in Brussels at the end of April, when for one day young people had the chance to “occupy” the area outside the European Parliament.

Which requests did you put forward during the meetings?
We adopted a document in our plenary last November with ten requests for the future of Europe, from sustainable development to employment, given that, 11 years after the crisis, young people are struggling to find quality jobs; commitments to combat social exclusion and poverty, also in the light of the fact that young people are the group most at risk. For each challenge, we drew up a couple of concrete proposals.

Many young people are “naturally European” today, owing to past or present study or working experiences, but there also many young people that are distant from Europe: how do you reach out to them?
We noted that it’s easier to reach out to “marginal” groups of youths through their peers. In many cases these groups are not as organized as we are used to see, but this does not mean that they are not connected to each other, or that they don’t identify with a given community. Reaching out requires a greater effort on our part, in terms of creativity and flexibility. It’s very important to identify ways to connect, as we have done through some of our organizations whose purpose is to keep together these minority or disadvantaged groups of young people. But obviously they constitute a challenge that entails constant efforts…

Do you feel that European institutions are taking you seriously?

With the Commission and Parliament here in Brussels it is easier. On some issues, such as education, volunteering, employment, it is assumed that we are ‘stakeholders’ and it is natural for the Commission to involve us (for example in the case of the redefinition of the ‘youth strategy’). But in other areas, (environmental protection) involvement is much more recent; while there are certain areas in which we are generally not involved (such as peace and security).

Is the frequent mention of young people in political discourse rhetorical or authentic?
If we look at the definition of the multiannual financial framework, marked by a tendency to make cuts because of Brexit, the Commission and the Member States have repeatedly declared that they would not make cuts affecting young people. Commission proposed to double Erasmus funding, and Parliament requested a three-fold increase. Now we will have to see what the Council, the Member States, will say. In other cases, however, we continue being confined to very restricted policy areas and every time we try to emerge we are somewhat reprimanded: cohesion policies, agriculture, are areas that involve large amounts of money and major challenges, and here we are not always welcomed with open arms.

How impending is the populist drift?
For us it’s an issue of general debates and we discuss populist claims or decisions. One such example is the initiative DiscoverEu: it is necessary to be more cautious when it comes to investing on young people and not decide to distribute funds to the young generation a few months ahead of the vote – hoping that in this way they will go to polls. We saw it more as an electoral move than a genuine desire to address the needs of the younger generations. Moreover, even if young people  obtain a free train ticket they still have to pay for board and lodging, which many cannot afford.

Also the idea that making young people travel around Europe is enough to make them feel more European is somewhat simplistic.  We would prefer an investment in the mobility of young people in order to foster relations on the ground, for example by participating in short-term volunteering projects at local level. This would create personal bonds along with the concrete experience of being Europeans. There is no youth pan-European populist movement, it is rather a national phenomenon. But what worries me as a young person is the future of the European project, targeted by populist groups. I come from Finland, a small member Country: nobody would have heard about it at global level had it not been an EU Member Country. We are included in global debates only as a result of EU integration: major issues – ranging from climate to trade, to space exploration – must be addressed as a European body.

Elezioni europee. Poquillon (Comece): il cristianesimo non è una cultura, è una identità

Agensir - 11 ore 27 min fa

Ridare “un volto” all’Europa e impegnarsi a “costruire insieme, pezzo per pezzo, il nostro destino comune con politiche che abbiano al centro la persona umana”. E’ questo l’augurio che fr. Olivier Poquillon, o.p., segretario generale della Comece (la Commissione degli episcopati dell’Unione europea) rivolge a tutti i candidati alle elezioni 2019.  Ci siamo. Da oggi fino al 26 maggio, in 28 Stati membri dell’Unione europea si andrà alle urne per ridisegnarne il volto istituzionale: anzitutto il Parlamento europeo, nei prossimi mesi Commissione, presidente del Consiglio e della Banca centrale. Un appuntamento cruciale per il futuro dell’Europa. Se le date delle elezioni sono diverse da Paese a Paese, tutti inizieranno lo spoglio dei voti alle 23 del 26 maggio, in modo da rendere lo scrutinio una procedura simultanea in tutta l’Unione. “Siamo a una svolta della nostra storia”, dice fr. Poquillon, che da Bruxelles seguirà l’andamento delle elezioni. Alla vigilia di questo importante appuntamento, lancia – parlando al Sir – un augurio: “possiamo prendere oggi decisioni coraggiose per domani. Avremo in futuro sicuramente dei periodi difficili da vivere. Ciò che speriamo è che queste elezioni possano costituire un Parlamento formato da uomini e donne scelti non per assicurare la vittoria di una parte rispetto ad un’altra ma per lavorare insieme alla ricostruzione dei legami sociali tra tutte le componenti della nostra società europea e costruire il bene comune”.

Padre Poquillon, l’Europa sta fronteggiando l’avanzata di sovranisti, populisti ed euroscettici. Come riconquistare nella gente la passione dei Padri fondatori dell’Europa?
E’ un sentimento largamente condiviso. L’Unione europea è avvertita come una istituzione lontana, sconnessa dalla vita delle persone. Si sente spesso dire: “Bruxelles decide al posto nostro”. La Chiesa ha un ruolo da svolgere, cercando di favorire un discernimento che non si fonda solamente sul sentimento ma anche sulla realtà. E noi vediamo che anche se la realtà è molto diversa, tra Nord e Sud, Est e Ovest, in questi anni sono stati raggiunti progressi importanti di cui hanno tratto beneficio tutti e ovunque. Non mi riferisco solo alla pace e alla sicurezza ottenuti grazie al progetto europeo, ma anche alla possibilità di partecipare alla presa di decisioni comuni.

Bisogna allora fare uno sforzo, perché gli europei possano riappropriarsi del loro destino.

Spesso si dice che la colpa di ciò che non va a livello nazionale è dell’Europa.
Sì, è vero. Oggi siamo globalmente poco informati sulla condivisione delle responsabilità. Tutti i governi, senza eccezione, accusano Bruxelles per ciò che non va e si felicitano per ciò che va bene. Ora, le decisioni del Consiglio sono prese fondamentalmente all’unanimità ed eccezionalmente per maggioranza qualificata. Significa che non ci sono decisioni che vengono prese senza che ciascun Paese non sia stato d’accordo e non abbia partecipato al processo decisionale. Anche quando una decisione viene presa per maggioranza qualificata, sono gli Stati membri che decidono il provvedimento che si vuole porre alla maggioranza qualificata. Con questo voglio dire che niente è imposto agli Stati e nessuna Nazione è stata obbligata a far parte dell’Unione europea. Tutti hanno partecipato alla costruzione dell’Unione di oggi. Vale la pena ricordare che l’Unione europea non è un’organizzazione internazionale, ma l’esercizio congiunto di una parte della sovranità nazionale.

Cosa chiedete ai politici?
Papa Francesco ricorda che la politica è bella e buona quando si mette al servizio delle persone, cioè quando non è potere ma impegno per il bene comune. Dopo le elezioni avremo una maggioranza e delle minoranze, ma tutti saranno chiamati a vivere e lavorare insieme per il bene comune. E’ questo che chiediamo ai politici: un lavoro collettivo per politiche che abbiano al centro la persona umana.

Lei ha parlato di bene comune, qual è il volto oggi del bene comune per l’Europa?
La risposta è nella domanda. E’ importante ritrovare un volto. Il problema di cui soffre l’Unione, è che è stata spersonalizzata. Gli emblemi delle nostre principali istituzioni sono gli edifici che le abitano: la Commissione, il Consiglio, il Parlamento. Ma l’Unione europea non è un insieme di edifici né una struttura amministrativa.

L’Unione è innanzitutto il mosaico di popoli che la compongono e che si impegnano insieme nel governo del loro destino comune.

Il nostro destino è comune, che lo si voglia o meno. La vera domanda allora è: che cosa vogliamo fare insieme? È come in un matrimonio: non è più sufficiente stare bene insieme per avere un progetto futuro. Un matrimonio costruito sulla roccia non è fine a se stesso, ma si apre all’altro e si fonda su un progetto comune. Ci possono essere delle diversità, ma come accade in una famiglia, tutti sono impegnati a costruire insieme, pezzo per pezzo, il destino comune. Invece di subirlo, lo si sceglie e lo si costruisce insieme. È questo il progetto europeo.

Per cercare i voti dei cattolici, i politici, in Italia, hanno utilizzato simboli religiosi. Cosa significa per l’Europa essere cristiana?
Nella tradizione cattolica, ciò che è cristiano non è la terra, ma il popolo. E il popolo può dirsi di Dio se si comporta come Corpo di Cristo. È attraverso i suoi comportamenti che il popolo può dirsi cristiano o no. Il Vangelo lo dice: l’albero si giudica dai suoi frutti. Il cristianesimo non è una cultura ma un’identità. Siamo quindi capaci di guardare all’Europa con lo sguardo di Cristo? Di agire come Lui per i più deboli, di andare a toccare l’intoccabile, di dialogare con il nemico?

Guardiamoci dai falsi profeti, da chi utilizza i simboli cristiani per dire il contrario di Cristo.

Giudichiamo l’albero dei suoi frutti. Non è opponendosi agli altri che si costruire l’Europa cristiana, ma convertendoci e diventando cristiani nell’azione sociale, economica, politica, in tutti gli aspetti della nostra vita, come persone e come comunità, in privato e in pubblico.

 

European elections. Poquillon (COMECE): Christianity is not a culture. It’s an identity

Agensir - 11 ore 27 min fa

To restore Europe’s  “face” and commit to “building together, step by step, our common destiny, with policies that focus on the human person”. It’s the message of Fr Olivier Poquillon, O.P., Secretary General of COMECE (the Commission of Bishops’ Conferences of the European Union) to all candidates running in the 2019 elections. As from today until 26 May, 28 Member States of the European Union will go to the polls to redefine its institutional face: first and foremost the European Parliament, in the coming months the Commission, President of the Council and President of the Central Bank. It’s a crucial event for the future of Europe. Although the dates of the elections differ from country to country, vote counting will begin at 11 p.m. on 26 May in all Member States, so as to make the process simultaneous throughout the Union. “We are facing a turning point in our history”, said Fr. Poquillon, who will be following the elections from Brussels. Speaking to SIR on the eve of this important event he expressed a special wish: “we can take courageous decisions today for tomorrow. We will certainly be facing difficult times in the future. What we hope is that these elections may form a Parliament of men and women chosen not to ensure the victory of one party over another but to work together in order to rebuild social ties between all the components of our European society and promote the common good.”

Father Poquillon, Europe is faced with the advance of nationalists, populists and eurosceptics. How can we spread the enthusiasm of Europe’s founding fathers to  its peoples?
It’s a widely shared feeling. The European Union is perceived as a distant institution, disconnected from people’s lives. We often hear people say: “Brussels decides for us.” The Church has a role to play, in seeking to foster a discernment based not only on feelings – but also on reality. While the situation is very different, between North and South, East and West, we see that important progress has been made in recent years, which has benefited everyone and everywhere. I am referring not only to the peace and security achieved through the European project, but also to the possibility of participating in joint decision-making initiatives.

An effort must therefore be made so that European peoples may regain control of their destiny.

It is often said that Europe is to blame for national failures.

Yes, this is what is said. Today we are globally poorly informed about the sharing of responsibilities. All governments, with no exception, accuse Brussels of what is wrong and congratulate it on what is going well. It should be said that Council decisions are generally taken unanimously and by a qualified majority in exceptional cases. This means that no decision is taken without each country’s approval and participation in the decision-making process.

And even when a decision is taken by a qualified majority, it is the Member States that decide which decision is to be taken by a qualified majority. By this I mean that nothing is imposed on the Member States and no nation has been forced to join the European Union. Everyone was involved in the construction of today’s Union. It is worth remembering that the European Union is not an international organisation but the joint practice of a portion of national sovereignty.

What are your requests to politicians?
Pope Francis reminds us that politics is positive and good when it is placed at the service of the people, that is, not when it represents power but when it is a commitment for the common good. After the elections we will have a majority and minority groups, but everyone is called to live and work together for the common good. That is what we are asking of politicians: to work together for policies that have the human person at their centre.

You spoke of common good, what is the face of the common good for today’s Europe?
The answer is contained in the question. It’s important to recover a face. Europe is afflicted by its depersonalization. The emblems of our major institutions are the buildings that inhabit them: the Commission, the Council and Parliament. But the European Union is not a group of buildings or an administrative structure.

The Union is first and foremost a mosaic of peoples who form it and work together to determine their common destiny.

Willing or not, we share the same destiny. So the question is: what do we want to do together? It’s like a marriage: enjoying each other’s company is no longer enough for a future project. A marriage built on stone is not an end in itself. In fact it opens up to the other and is based on a common project. There may be differences, but as in a family, everyone is committed to building together their common destiny step by step.

Instead of being subjected to it, it is chosen and built together. That is the European project.

In Italy, politicians have used religious symbols to attract Catholics’ votes. What does it mean for Europe to be Christian?

In the Catholic tradition, it is not the land that is Christian, but the people. And the people can be considered God’s people if they act as the Body of Christ. It is through their behaviour that the people may or may not be called Christian. The Gospel states: a tree is known by its fruits. Christianity is not a culture but an identity. Are we therefore able to see Europe with the gaze of Christ? To act like Him for the weakest, to touch the untouchable, to dialogue with the enemy?

Beware of false prophets, of those who use Christian symbols to speak the opposite of Christ.

Let us know the tree by its fruits. We build a Christian Europe not by opposing others but though conversion, being Christians in social, economic and political action, in all aspects of our lives, as individuals and as communities, in private and in public.

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