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Aria pulita e salute: Unione europea in campo. Prevenzione, regole e sanzioni

Agensir - 2 ore 11 min fa

I siti delle Agenzie regionali per la prevenzione e la protezione dell’ambiente (Arpa) fin dalle prime settimane del 2019 hanno iniziato a trasmettere rilevazioni preoccupanti sulla qualità dell’aria delle nostre città. Complice l’andamento del clima: da Torino, Milano, Padova, fino a Frosinone, Caserta e Catania, passando per Bologna e Firenze, le cartine si riempiono di bollini rossi e scattano le “misure antismog” che impongono limitazioni per il traffico, per il riscaldamento domestico e anche per il settore agricolo. Stando ai dati dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), in Europa sono oltre 422mila le morti premature all’anno riconducibili all’inquinamento atmosferico, una “cifra superiore in termini di vite umane a quello dovuto agli incidenti stradali, rendendola quindi la principale causa ambientale di decessi prematuri nell’Ue”. L’Italia si colloca tra i Paesi europei maggiormente colpiti, con più decessi in rapporto alla popolazione: 60.600 sono stati i morti per patologie legate all’aria malsana nel 2018. Stando all’ultimo rapporto Eea “Qualità dell’aria nel 2018”, l’8,9% della popolazione europea vive in aree in cui si registrano livelli superiori agli standard di almeno uno dei tre fattori più inquinanti (polveri sottili, biossido di azoto, ozono), mentre 3,9 milioni di persone vivono in aree dove tutti e tre i livelli superano il limite. Un particolare inquietante è che 3,7 milioni di loro abitano nell’Italia settentrionale.

L’inquinamento è da sempre una delle principali preoccupazioni politiche dell’Unione europea che ha cercato di sviluppare e implementare strumenti adeguati per contrastarlo: nell’ambito dell’inquinamento dell’aria la prima direttiva a porre limiti alle emissioni è stata la 96/62/EC, ma è la direttiva del 2008 (2008/50/CE) il riferimento oggi vincolante per i limiti di valutazione della qualità dell’aria. Oltre a definire i parametri, le normative precedenti avevano anche stabilito i requisiti necessari per garantire monitoraggio e valutazioni sul territorio degli Stati membri, in modo idoneo, armonizzato e comparabile, oltre che trasparente. Agli Stati membri inoltre il compito, nei casi di superamento dei limiti, di attivare le misure previste nei “piani di qualità dell’aria”. Tutto ciò ha portato a sensibili miglioramenti dice sempre l’Agenzia europea per l’ambiente, se si paragona il dato delle morti premature tra il 1990 e il 2015: 25 anni di politiche mirate hanno dimezzato il numero di morti per inquinamento atmosferico.

“Gli standard di qualità ambientali non sono così elevati in nessun’altra parte del mondo e hanno obiettivi ambiziosi riguardo ai livelli finali”. È Bruno Piacenza, professore di chimica e responsabile di Legambiente Cuneo, che sottolinea quanto l’Ue stia facendo a “beneficio” dei cittadini, anche se non corrisponde alla soddisfazione delle lobby, in primis quelle che producono automobili. “Il problema di fondo è il riscaldamento globale e sappiamo già che nel 2035 in molte località sarà necessario cambiare radicalmente lo stile di vita, mentre alcune regioni non saranno più vivibili”. Quindi “l’Ue vedeva lontano già anni fa, quando ha iniziato a imporre paletti e norme sulle emissioni, con un percorso tortuoso e faticoso, legato comprensibilmente a interessi nazionali e industriali”. Le ultime norme imposte sulle emissioni, dopo il “Dieselgate” del 2015, sono ancora più restrittive.

Già nel 2013 la Commissione aveva varato il pacchetto “aria pulita per l’Europa”, con nuove misure e obiettivi da raggiungere entro il 2030, e che ha portato il Parlamento europeo ad adottare nel 2016 nuovi limiti nazionali sulle emissioni delle principali sostanze inquinanti, tra cui NOx, particolato e biossido di zolfo, da raggiungere entro il 2030. Recentissima la notizia (19 febbraio scorso) che Parlamento e presidenza rumena del Consiglio dei ministri Ue hanno raggiunto un accordo provvisorio sui limiti alle emissioni di Co2 dai camion (che emettono il 27% del Co2 prodotto da veicoli) con l’obiettivo di ridurle del 30% entro il 2030. La proposta dovrà passare al vaglio degli Stati membri e votata in emiciclo. Se correttamente implementato il pacchetto “aria pulita per l’Europa” potrà evitare – secondo le autorità Ue – 58mila decessi prematuri entro il 2030 e salvare dall’inquinamento da azoto una superficie di ecosistemi pari a 123mila km². Oltre a questo ci sarebbero risparmi sui costi per la salute e grazie al minor numero di giorni lavorativi persi per malattia, si registrerà un incremento in termini di produttività e competitività.

“Se non ci fossero state queste norme, la situazione italiana sarebbe di sicuro peggiore”, valuta Piacenza, anche se il problema dell’inquinamento nelle città “e questo lo sa benissimo l’Ue”, non si risolve solo con il controllo delle emissioni. “La mobilità va risolta in modo diverso” e Piacenza cita i “piani urbani mobilità sostenibile”, per costruire città adatte a pedoni e biciclette, dove prevalgano i trasporti pubblici e non per le macchine. “Ci sono città europee molto avanti, come Copenaghen o Stoccolma, che prevedono date entro le quali non circoleranno più auto nei loro centri cittadini”.

La transizione ecologica in Italia va più lenta e va sollecitata dal basso: “Tante volte noi associazioni ambientaliste ci siamo appellate a una direttiva dell’Ue perché il nostro Paese era in ritardo e volevamo spingere a prendere i provvedimenti di cui avevamo necessità”. L’“Ue però non è solo regole”, ricorda Piacenza, ma anche sanzioni, come quella in cui è incorsa l’Italia lo scorso anno, perché “l’Europa interviene quando gli Stati non tengono conto della salute dei loro cittadini”. C’è però anche il piano del “coinvolgimento dei cittadini a casa loro per renderli più responsabili”, un ambito in cui l’Ue mette a disposizione risorse. Un esempio in cui lo stesso professor Piacenza è stato coinvolto è il progetto di sensibilizzazione “Captor”, nel quadro del programma “Orizzonte 2020”, in cui cittadini e ricercatori in tre regioni d’Europa (Catalogna, Pianura padana e Austria meridionale) hanno collaborato per monitorare e affrontare l’inquinamento da ozono in Europa.

Un altro esempio di partecipazione dal basso nella lotta per l’aria pulita delle nostre città è il Patto dei Sindaci per il clima & l’energia dell’Ue, rete che collega migliaia di governi locali impegnati, su base volontaria, a implementare gli obiettivi comunitari su clima ed energia. Nato nel 2008 in Europa riunisce oggi oltre 7mila enti locali e regionali in 57 Paesi, ed esprime un “modello di governance bottom-up, di cooperazione multilivello e di azione guidata nei diversi contesti territoriali”.

Concorso per progetti editoriali inediti

Clicklavoro - 2 ore 24 min fa
Fruit Exhibition, in collaborazione con FAVINI, hanno lanciato la prima edizione del premio FIP rivolto ai migliori prototipi di libro artistico, progetti editoriali indipendenti e zines. Il tema del concorso è l’humor. Scopri come partecipare entro il 15 marzo 2019!

La nuova vita della Cattedrale di Agrigento: un romanzo scritto “a più mani”

Agensir - 2 ore 38 min fa

Ho avuto il privilegio di entrare in cattedrale al termine dello smontaggio completo delle impalcature che, per 2.920 giorni (8 anni), hanno nascosto il volto bello della “mamma” a fedeli e turisti. La sensazione è stata di immensa gioia. Rivedere la cattedrale restituita alla sua maestosità e bellezza, mi ha commosso, anche ripensando a tutti i momenti significativi della mia vita che ho vissuto lì dentro, come l’ordinazione presbiterale, come quelli della città e dell’arcidiocesi di Agrigento. Per un attimo, chiudendo gli occhi ho avuto la sensazione di sentire riecheggiare il suono dell’organo e l’assemblea intonare quella specie di “colonna sonora” che accompagnava l’ingresso del vescovo e dei ministri in occasione delle celebrazioni: “Popolo regale, assemblea santa, stirpe sacerdotale, popolo di Dio, canta al tuo Signor…”.

E ripercorrendo il perimetro interno delle cappelle e delle absidi, finalmente sgomberato da impalcature, sentivo riecheggiare in me, come una guida, la voce di mons. Domenico De Gregorio quando, nei ritagli di tempo, mi parlava dei personaggi, degli emblemi, dei monumenti custoditi in cattedrale, frutto di quasi mille anni di costruzioni, rifacimenti, ampliamenti, restauri e consolidamenti, che ne hanno fatto un edificio unico. Unicità non solo per la sua imponenza ed eleganza ma anche per la varietà degli stili e la ricchezza delle opere d’arte in essa contenute.

Oggi si presenta come un’ampia costruzione a tre navate, a croce latina, dal transetto poco allungato dove è possibile scorgere – come un romanzo scritto “a più mani”, dove ogni autore riprende qualcosa del precedente – diverse testimonianze artistiche: arabo-normanno, gotico chiaramontano, rinascimentale e barocco.

E, mentre guardo il rosone del transetto, mi sembra ancora di sentire la voce di mons. De Gregorio che mi racconta come la cattedrale, nel suo primo nucleo – e, mentre parlava, gli occhi gli si illuminavano – fu fondata da Ruggero I (1060-1101), che affidò la diocesi di Agrigento, a Gerlando di Besançon (1088). Secondo quanto riportato nel “Libellus de successione pontificum Agrigenti”, un documento del XIII secolo che mons. De Gregorio mi mostrò in una delle visite all’archivio capitolare custodito nella torre, Gerlando di Besançon completò la costruzione della cattedrale in sei anni con l’episcopio (1093-1099).

Davanti all’affresco di S. Gerlando che predica agli agrigentini, collocato nell’abside, mons. De Gregorio ricordava a tutti, anche ai turisti che nel mentre si univano alla nostra visita, che san Gerlando fu il primo vescovo di Agrigento (1088-1100) dopo la liberazione dal dominio islamico, rievangelizzatore della diocesi. E ancora, davanti all’altro affresco di S. Giacomo (il Matamoros) che scaccia i Mori, ci ricordava come la cattedrale fosse stata dedicata da san Gerlando alla Beata Maria Vergine Assunta, a san Giacomo Maggiore (perché Agrigento era tornata cristiana il 25 luglio 1086) e a tutti gli altri apostoli. Solo nel 1305 venne dedicata anche a san Gerlando.

Dinnanzi ai segni del dissesto della navata nord, mons. De Gregorio teneva a precisare come le alterne vicende della cattedrale fossero legate sia ad eventi naturali (frane e smottamenti) sia a vicende storiche, e aggiungeva che, quasi tutti i vescovi che si sono succeduti sulla cattedra di Gerlando, hanno dovuto mettere mano al portafogli per ricostruire, rinforzare, consolidare, ma anche per ampliare, abbellire e decorare la chiesa Madre di tutte le chiese della diocesi.

Tappa obbligata della visita era la sosta davanti la statua di san Gerlando, custodita nella omonima cappella fatta costruire da mons. Traina, anche questa ormai sgombra oggi di impalcature. Davanti alla statua del Jacopelli, il monsignore si inchinava, si toglieva il berretto e recitava una breve preghiera: “S. Gerlando proteggi noi e la Chiesa agrigentina”.

E avviandoci verso l’altare maggiore, raccontava come sotto il vescovo Giovanni Horozco de Leyva de Covarruvias (1594,1606) la cattedrale chiaramontana fosse stata allungata verso Oriente con l’aggiunta delle colonne rotonde di stucco, dopo il primo arco trionfale, e poi chiusa con un muro cui erano addossati i tre altari – quello della Madonna, l’altar maggiore e quello del Santissimo Sacramento – e come successivamente il vescovo Francesco Gisulfo (1658-1664) l’avesse prolungata nella stessa direzione orientale includendovi l’attuale transetto. Secondo mons. De Gregorio questo doveva coincidere con l’antica chiesa costruita da san Gerlando.

La visita alle cappelle laterali absidali – della Madonna, a sinistra, la maggiore, e del Sacramento a destra – era un tuffo nella storia, nell’arte e nella teologia. Passava in rassegna, uno ad uno, gli emblemi che ci faceva ammirare fin nei minimi particolari con un binocolo che teneva sempre in tasca e che tirava fuori per l’occasione.

Proseguendo il giro, davanti alla cappella De Marinis ci spiegava come agli inizi del ‘900 fu il vescovo Bartolomeo Lagumina (1899-1931) a riportare la cattedrale, seguendo la sensibilità culturale del tempo, all’aspetto medievale. Fu liberando le pareti laterali dagli altari che vi erano addossati e da cornici, tribune e timpani barocchi che le ornavano – ricordava mons. De Gregorio – che venne alla luce l’elegantissimo sacello chiaramontano, dove – fino alla chiusura al culto del 2011 – sono state conservate, in una cassa reliquiaria d’argento, le reliquie del Santo.

Davanti al maestoso organo a canne non mancava mai un ricordo per mons. Peruzzo, il vescovo che lo aveva fatto realizzare e  che lo aveva consacrato presbitero.

La visita alla navata nord, dove sono custoditi i monumenti sepolcrali dei vescovi agrigentini era una rilettura della storia della nostra Chiesa, con eventi, aneddoti, imprese, riconducibili ad ogni singolo vescovo, Gisulfo, Gioeni, Lucchesi Palli, fondatore della biblioteca Lucchesiana…
La cattedrale, che oggi (22 febbraio 2019) viene riconsegnata alla città come luogo di memoria e del futuro, è un vero e proprio scrigno d’arte, di fede e cultura, incastonato in uno scrigno più grande, il centro storico di Agrigento.

Uscendo dal portone della cattedrale, oggi finalmente spalancato, è possibile scorgere da un lato il mare e dall’altro il monte Cammarata. Ed anche possibile vedere sorgere il sole da un lato e dall’altro tramontare, cogliendo così il valore del tempo.

Credo che la vicenda dello cattedrale, “spazio chiuso” per così tanto tempo, sia un invito alla conversione, che il Signore fa alla nostra Chiesa.

Papa Francesco in Evangelii Gaudium (n. 222) afferma: “Il tempo è superiore allo spazio. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo”.
Rientrare oggi, dopo più di 8 anni, nello spazio della cattedrale, non distolga la nostra Chiesa dal dare priorità al tempo, cioè ad “occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi”.

Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, che va sempre avanti e non torna mai indietro. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuova vitalità nella società e che coinvolgono altre persone e gruppi, chiamati a portarle avanti, finché queste giungeranno – un giorno – a portare importanti frutti nella storia.

Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci. Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede un lungo cammino e processi possibili, tenendo sempre presente l’orizzonte.

Quell’orizzonte che si scorge dalla Cattedra di san Gerlando: la comunione dei santi, che unisce la terra al cielo e che ci proietta verso la pienezza, oltre il limite di ogni spazio.

(*) direttore “L’Amico del Popolo” (Agrigento)

Technogym ricerca 50 lavoratori

Clicklavoro - 4 ore 24 min fa
Accounting Specialist, sviluppatori e ingegneri sono i profili più richiesti

Bottega Verde assume in Piemonte, Liguria e Veneto

Clicklavoro - 5 ore 24 min fa
Sei le posizioni attualmente aperte, oltre alla possibilità di inviare in ogni momento la propria autocandidatura spontanea

A Roma, open call per laboratori gratuiti sulla performance

Clicklavoro - 6 ore 24 min fa
Sono aperte fino a lunedì 4 marzo le iscrizioni ai laboratori che si svolgeranno a “La Pelanda”, dal 19 marzo al 19 maggio 2019

Terra dei fuochi. Fagnano (Univ. Federico II): “La riduzione dei roghi un buon segno, ma si devono contrastare anche gli sversamenti industriali”

Agensir - 6 ore 30 min fa

Sono passati tre mesi dal Piano d’azione siglato dal Governo per il contrasto dei roghi dei rifiuti nella Terra dei fuochi. Facciamo il punto della situazione con Massimo Fagnano, professore di Agronomia ed Ecologia agraria all’Università Federico II di Napoli e coordinatore del progetto europeo LIFE-Ecoremed, che ha avuto lo scopo di sperimentare tecniche eco-compatibili di bonifica dei suoli agricoli nel Litorale domizio-Agro aversano con particolari problemi di inquinamento.

Che risultati ci sono a oggi del Piano d’azione?

Il ministro ha dichiarato che i roghi sono passati da 24,6 al mese a 17. Una riduzione del 30% è un buon segno, ma è chiaro che si deve intensificare l’azione di contrasto non solo dei roghi, ma anche degli sversamenti di rifiuti industriali, come gli scarti di demolizione di imprese che lavorano in nero.

Il ministero dell’Ambiente ha diffuso una circolare con le Linee guida per la gestione operativa degli stoccaggi negli impianti di gestione dei rifiuti e per la prevenzione dei rischi. Sono misure efficaci o quali altri strumenti servirebbero?

I roghi degli impianti di stoccaggio in tutta Italia sono iniziati quando la Cina ha ridotto l’importazione delle plastiche da riciclare. Al momento in Italia ci sono pochi impianti, anche perché il processo non è molto conveniente. Quindi

sarebbe necessaria un’azione decisa del governo per incentivare queste attività.

Per risanare la Terra dei fuochi cosa altro serve? A che punto siamo con le bonifiche?

Il gruppo di lavoro interministeriale, di cui faccio parte, istituito nel 2013 proprio per studiare l’idoneità dei suoli all’uso agricolo, dopo migliaia di analisi è riuscito a trovare poco più di 30 ettari potenzialmente contaminati su un totale di 50.000 ettari di suoi agricoli nella Terra dei fuochi. Gli stessi risultati sono stati ottenuti anche dal progetto Campania trasparente guidato dall’Istituto zooprofilattico di Portici (Na), confermando quindi una volta per tutte che i problemi ambientali nella nostra regione non riguardano i suoli e le produzioni agricole, quanto invece le aree industriali, le discariche e le disordinate aree urbanizzate.Una volta capito che il problema non è agricolo, ora si dovrebbe accelerare sulla messa in sicurezza delle discariche che inquinano le falde, oltre che sul contrasto degli sversamenti illegali di rifiuti e sui roghi che inquinano l’aria che respiriamo.
A questo proposito

un segnale incoraggiante viene dal risanamento e dalla messa in sicurezza della famigerata discarica Resit, quasi completati,

trasformando un simbolo dell’illegalità nella gestione dei rifiuti in un parco pubblico utilizzabile dalla cittadinanza. Quando nelle prossime settimane saranno completati i lavori sarà un bel messaggio di speranza.

Quali risultati ha avuto il progetto Ecoremed?

Dopo 5 anni di lavoro, ci siamo resi conto che il problema principale delle aree agricole non era la contaminazione, quanto piuttosto la sporcizia, la presenza di rifiuti e il degrado paesaggistico. Il principale risultato è stato dimostrare che con piccole spese è possibile trasformare queste aree degradate in strutture ecologiche (boschi, canneti) a servizio dell’ecosistema.Per trovare siti contaminati siamo dovuti entrare nelle aree industriali dove abbiamo dimostrato che boschi inerbiti con prati permanenti sono in grado di bloccare il movimento dei contaminanti con costi di 20 volte più bassi rispetto alle piattaforme di cemento, usate ad esempio per mettere in sicurezza l’area inquinatissima dove hanno realizzato l’expo di Milano.

Il disastro della Terra dei fuochi ha avuto forti ripercussioni sull’agricoltura e, di conseguenza, sull’economia: i prodotti sono sicuri o pericolosi per la salute?

La presenza di discariche e lo smaltimento illegale di reflui industriali hanno contaminato le falde acquifere, soprattutto i composti con organici volatili (trielina, cloroformio) che rappresentano un grave rischio per la salute per chi abita nelle case abusive e usa l’acqua di pozzo, non essendo collegati all’acquedotto.

Il contrasto all’abusivismo edilizio è quindi la prima cosa da fare

se vogliamo proteggere la salute dei nostri cittadini. Ma saprà bene che i nostri politici da decenni non trovano il coraggio di affrontare questo tema.
Un altro rischio per la salute è rappresentato dall’inquinamento dell’aria con i roghi di rifiuti. Quindi parliamo di cose che non hanno nessuna relazione con i prodotti agricoli. Tanto è vero che nessuno è mai riuscito a trovare nella Terra dei fuochi prodotti contaminati che potessero rappresentare una minaccia per la salute dei consumatori.
Additare l’attività agricola come responsabile dei danni alla salute, solo per creare un capro espiatorio, oltre che essere una falsità ormai confermata da tutti, è stata anche un’azione eticamente molto discutibile, determinando il fallimento di piccole aziende e creando miseria e disoccupazione in una delle aree più povere d’Italia. Per il resto, il problema del settore è ormai superato perché i clienti, quando hanno analizzato i nostri prodotti e hanno verificato che non c’era nessun problema, hanno ripreso ad acquistarli.

Quanto è importante avere l’impegno delle istituzioni ma anche un cambio di mentalità tra la popolazione?

Anche le istituzioni, e l’attuale ministro dell’Agricoltura in particolare, hanno ormai capito che quella dei terreni agricoli era una pista falsa e quindi le nuove azioni saranno indirizzate verso i veri problemi come il contrasto agli sversamenti e ai roghi dei rifiuti.
Sarebbero auspicabili azioni forti anche contro l’evasione fiscale e il lavoro nero, che sono la motivazione principale degli sversamenti illegali di rifiuti industriali così come azioni per aumentare l’accesso alle cure della popolazione, stimolando la partecipazione agli screening obbligatori e per migliorare la qualità del servizio sanitario.
Da parte di tutti

risulta necessaria un’intensa attività di educazione ambientale.

Noi per esempio abbiamo coinvolto cittadini, studenti delle scuole medie, superiori e dell’Università, mostrando le nostre attività di risanamento ambientale a più di 10.000 persone. Tutto questo lavoro è stato molto apprezzato dalla Commissione europea che ha voluto premiare il progetto Ecoremed come uno dei migliori progetti ambientali d’Europa.

Grecia: Caritas Armena e Hellas, nasce il primo consultorio familiare ellenico. Mons. Bazouzou (armeno): “La cura dell’ascolto”

Agensir - 6 ore 31 min fa

Un consultorio familiare per rispondere in modo efficace ai bisogni delle famiglie in difficoltà: è quanto si propongono mons. Joseph Bazouzou, nativo di Aleppo in Siria, e Amministratore apostolico degli armeni cattolici in Grecia, in sinergia con Caritas Hellas, l’arcidiocesi di Atene, Caritas Italiana ed altri partner che in queste settimane stanno lavorando al lancio dell’iniziativa.

Padre Joseph Bazouzou

Come è noto, lo scorso 20 agosto la Troika (Bce, Ue e Fmi) ha dato il via libera alla Grecia per uscire dal programma di salvataggio, costato ben 288,7 miliardi di euro di prestiti in cambio di duri pacchetti di tagli alla spesa sociale dalla sanità alle pensioni, dal lavoro all’istruzione, che hanno penalizzato in modo particolare le famiglie. Secondo alcune stime per la metà dei nuclei familiari greci l’unica fonte di reddito disponibile è la pensione di uno dei suoi membri. Una famiglia su tre dichiara di avere almeno un componente disoccupato. Più del 30% dei nuclei familiari non riesce a fare fronte al pagamento di tasse, mutui e bollette. Sono in aumento divorzi e separazioni, ma non sono tutte di natura conflittuale. Molte coppie si separano solo per cercare di alleggerire il prelievo fiscale sui rispettivi stipendi. Ma non mancano le famiglie scoppiate per le difficoltà economiche. Penalizzate anche quelle con disabili: molte non ricevono più il sussidio come in passato a causa dei tagli. Per ottenere una pensione prima bisognava avere una percentuale di disabilità di almeno il 67%, mentre oggi è salita all’80%.

 

Un quadro critico. Un quadro critico, aggravato anche dal continuo passaggio di migranti, che da tre anni gli operatori e volontari del Centro di Ascolto, sito presso la sede della Caritas dell’esarcato armeno cattolico di Atene, nel quartiere di Neos Kosmos, registrano ogni giorno nella loro attività. “All’inizio – spiega al Sir mons. Bazouzou – abbiamo avuto a che fare soprattutto con profughi e rifugiati, ma pian piano nel Centro sono arrivate anche le famiglie greche. A tutti abbiamo offerto un aiuto anche se non in modo sistematico. Da qui l’idea di implementare il servizio, indirizzandolo anche verso i bisogni specifici di una famiglia, a partire dall’ascolto”. Nel portare avanti l’idea di un consultorio familiare – “una novità assoluta per la Grecia che ne è sprovvista” sottolinea il sacerdote – la Caritas dell’esarcato armeno cattolico di Atene è sostenuta, oltre che da Caritas Italiana, anche dalla Cei, dall’Università cattolica di Brescia e dalla Caritas di Foligno, quest’ultima attiva con il suo braccio operativo “L’Arca del Mediterraneo” e dalla Confederazione Italiana dei Consultori familiari di Ispirazione Cristiana, presieduta da don Edoardo Algeri.

La cura dell’ascolto. “Abbiamo avuto diversi incontri preparatori per mettere a punto i dettagli del progetto che riteniamo di particolare importanza – spiega mons. Bazouzou – la Grecia, infatti, fino ad oggi, non ha nessun Consultorio attivo. Quindi saremo degli apripista in questo ambito. Prima della crisi che ha sconvolto il nostro Paese vi erano degli operatori sociali che andavano nelle scuole e nelle università per incontrare gli studenti. Ma anche questo servizio minimo è scomparso”. L’impegno assunto non spaventa l’amministratore apostolico degli armeni cattolici in Grecia: “ci attende un lavoro duro e complicato. I problemi delle famiglie sono tanti e legati anche a liti, separazioni, divorzi.

La cura dell’ascolto che può dare un Consultorio familiare aiuterà a trovare soluzione ai problemi.

Lo stesso vale per quelle famiglie in cui si manifestano disagi comportamentali, problemi psichici e fisici. Spesso i genitori non sono in grado di provvedere ai bisogni del proprio nucleo familiare e ciò provoca notevoli ricadute psicologiche. Per tutti questi motivi serve qualcuno preparato che sappia consigliare la famiglia sulle strade da percorrere per uscire fuori dalla crisi”. Pronta la piccola task force del primo Consultorio greco: “il team sarà composto da una psicologa, una ginecologa e una consulente familiare” e dallo stesso padre Bazouzou. L’ufficio è quello della sede Caritas a Neos Kosmos e l’apertura è prevista già nelle prossime settimane. “Abbiamo già quattro famiglie assistite ma in questa fase iniziale – spiega il padre armeno – cercheremo di pubblicizzare il Consultorio”. L’iniziativa sta avendo anche dei risvolti ecumenici poiché sono stati avviati contatti con sacerdoti di altre denominazioni cristiane. L’obiettivo è anche quello di coinvolgere la Chiesa greco-ortodossa.

L’impegno della Cei. Una collaborazione auspicata anche dalla Cei che sostiene il progetto attraverso il suo Ufficio nazionale per la pastorale della Famiglia diretto da don Paolo Gentili. “L’apporto della Cei al progetto del Consultorio – dichiara al Sir don Gentili – va letto nell’orizzonte del consolidamento della comunità ecclesiale che è fatta di famiglie che hanno bisogno di sostegno concreto anche sul piano pastorale.

Abbiamo ascoltato il grido di aiuto della Chiesa greca e delle altre confessioni religiose sorelle. C’è una comunità da ricostruire e questa opera credo debba essere compiuta anche con un accompagnamento della vita di coppia, di famiglia, in ogni dimensione della vita umana, affettiva e di fede.

Metteremo a disposizione del progetto la nostra esperienza nel campo. Si tratta – conclude il direttore – di un progetto apripista utile anche a rifondare una vera e propria pastorale familiare in Grecia”.

Al via il progetto di formazione per gli Enti di Terzo Settore delle Regioni del Sud Italia

Clicklavoro - 7 ore 24 min fa
Al via il progetto di formazione per gli Enti di Terzo Settore delle Regioni del Sud Italia promosso da Forum Terzo Settore e CSVnet e sostenuto dalla Fondazione CON IL SUD

Venezuela. P. Trigo (teologo): “Nessun dialogo con la dittatura, Maduro deve andarsene”

Agensir - 7 ore 49 min fa

Ha alle spalle una vita intensa, ricca di studi teologici e filosofici, ma anche di concreta militanza accanto agli ultimi. Ne ha viste tante, in questi decenni, ma padre Pedro Trigo – teologo e filosofo venezuelano, gesuita, più volte direttore del centro di studi e azione sociale Gumilla di Caracas e considerato uno dei maggiori teologi del continente – sta vivendo in modo particolarmente intenso queste giornate decisive per il “suo” Venezuela.
A partire da quella di domani, sabato 23 febbraio. Un giorno chiave, perché il presidente autoproclamato Juan Guaidó ha chiamato a raccolta tutti i cittadini per “forzare” l’ingresso degli aiuti umanitari. Un passaggio delicatissimo, una sorta di “la va o la spacca”, di fronte al quale padre Trigo, raggiunto telefonicamente dal Sir, è molto preoccupato, pur sostenendo la necessità che quella che chiama “dittatura” si faccia da parte. “Gli aiuti umanitari sono assolutamente imprescindibili per il Paese – afferma -, la sofferenza del popolo è enorme e il Governo cerca di oscurare il sole con un dito. Sarebbe importante che lo Stato concedesse l’ingresso degli aiuti umanitari, ma sono anche consapevole che essi sono solo l’inizio, serve comunque una mobilitazione più ampia e capillare. Per questo la scelta di Guaidó mi lascia delle preoccupazioni, è importante che questa fase sia gestita in modo pacifico, se i nuovi politici provocassero in qualche modo un’ondata di violenza, anche loro si metterebbero dalla parte del torto”.

C’è chi tema che il blocco degli aiuti possa causare in qualche modo un intervento armato…
E sarebbe la cosa peggiore che ci possa capitare, se possibile anche peggiore della situazione in cui ci troviamo.

Come giudica l’attuale comportamento del popolo venezuelano?
Il popolo soffre e ha bisogno di aiuti umanitari. E’ interessante notare che

una parte considerevole della gente che era dipendente dal Governo e stava con Maduro, ora ha cessato di farlo e di vivere in tale stato di dipendenza.

Un regime totalitario ha bisogno della sua clientela, non può solo basarsi sulla forza, e in questi ultimi tempi almeno due milioni di persone hanno cessato di essere chávisti.

La Chiesa continua a stare soprattutto vicina al suo popolo…
Sì, i vescovi, per esempio il cardinale Porras, continuano a stare in contatto con i sacerdoti e ad essere vicini alle gente popolare. La Chiesa, inoltre, è stata chiara sul fatto che non ci sono le condizioni per un dialogo con la dittatura, il Governo deve andarsene e poi va gestita la transizione.

Lei viene dalla Teologia della Liberazione, cosa pensa del fallimento del chávismo e più in generale della sinistra, dopo una lunga stagione di potere, in quasi tutto il continente?
Io distinguerei. Non ho mai considerato di sinistra il chávismo. Si è trattato di un regime che decideva da solo, Chávez fin da subito ha voluto comandare, conquistando il potere attraverso la via militare. Se è per quello, io non considero di sinistra neppure il marxismo, con la sua dittatura del proletariato. Durante la stagione di Chávez, il popolo si organizza come cinghia di trasmissione di chi comanda, ma questo è totalitarismo, sia per il metodo, per come è salito e mantenuto il potere, sia per i suoi contenuti.

E perché, ora, crolla?
Perché

pensare a un socialista che vive sulle rendite finanziarie è come pensare alla quadratura del cerchio.

Nell’idea socialista la centralità è del lavoratore, della persona che si nobilita nel lavoro, che diventa stile di vita. Qui invece abbiamo assistito a un Paese che viveva sulle rendite assicurate dal petrolio. Alla lunga non poteva funzionare. Poi Chávez andava all’Onu, gridava un po’ di slogan e a livello internazionale si era costruito una bella immagine…

Anche dentro la Chiesa e tra qualche teologo della liberazione…
Non in Venezuela, che io sappia. All’esterno sì, grazie alle belle parole… Alcuni vivono di illusioni, dopo aver passato decenni a lottare… Ma il cristiano non può vivere di illusioni, deve guardare in faccia la realtà e da lì agire.

E il fallimento, invece, della sinistra in altri Paesi latinoamericani?
Penso, mi riferisco per esempio al caso del PT di Lula in Brasile, che si sia rotta la distinzione tra pubblico e privato, l’attenzione alla qualità umana e non solo alle politiche. Così

anche la sinistra si è fatta infiltrare dalla corruzione, magari meno della destra, ma comunque si è corrotta.

La sinistra deve cambiare radicalmente e puntare sulla qualità umana, sulla persone, per combattere il totalitarismo mercatista. Si tratta di un problema antropologico.

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