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Consiglio europeo: toni più morbidi sul Brexit per tendere una mano alla May. Ma per i 27 “non si negozia più”

Agensir - 6 ore 3 min fa

“L’accordo non è rinegoziabile”. Punto. Il testo delle “Conclusioni” del Consiglio europeo per la parte che riguarda il Brexit (il summit prosegue oggi su altri temi) è per questo aspetto chiarissimo. Per mesi si è lavorato a definire il “recesso ordinato” del Regno Unito dall’Unione europea, e tale accordo – piaccia o meno a Westminster, ai Breexiters o a Tory – resterà tale. Lo hanno messo nero su bianco ieri a tarda sera i 27 leader Ue. I quali, sapendo in quale brutta situazione politica navighi Theresa May, hanno però voluto solo ammordidire i toni sul “backstop”, cioè la parte di accordo che riguarda le frontiere tra le due Irlande.

“Pieno rispetto per Westminster”. Col volto segnato dalle lunghe ore di discussione, Donald Tusk si presentato in sala stampa poco prima di mezzanotte per dire che “il primo ministro May ha informato i leader delle difficoltà per la ratifica dell’accordo a Londra e ha chiesto ulteriori garanzie che, a suo avviso, sbloccherebbero il processo di ratifica alla Camera dei Comuni”. Dopo aver discusso tra i 27 – ovvero, avendo congedato la May – dell’intervento della premier, “e tenendo presente il nostro pieno rispetto per il processo parlamentare nel Regno Unito, abbiamo concordato cinque punti”, dice Tsuk. Quali? Lo si legge proprio nelle Conclusioni. Anzitutto il Consiglio europeo “riconferma le sue conclusioni del 25 novembre 2018 nelle quali ha approvato l’accordo di recesso e la dichiarazione politica”, quest’ultima relativa ai futuri rapporti con il Regno Unito. Quindi si specifica che “l’accordo non è rinegoziabile”. Secondo: il Consiglio europeo conferma “il desiderio di avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito in futuro” ed è “pronto a cominciare i preparativi subito dopo la firma dell’accordo di recesso al fine di garantire l’avvio dei negoziati il prima possibile dopo il recesso del Regno Unito”. Giri di parole, ma la data del divorzio resta il 29 marzo prossimo, nessun passo indietro, e pieno rispetto di quanto deciso dai britannici, semmai buoni rapporti commerciali e politici in futuro. Per i 27 – lo si è inteso dalle dichiarazioni di vari leader – l’isola è ormai un Paese terzo.

No alla frontiera fisica. Il punto 3 è il più interessante, nel senso che ammorbidisce i toni sul backstop. Qui le Conclusioni (il documento ufficiale con le decisioni del summit sui vari punti all’ordine del giorno) sottolineano che la soluzione “di salvaguardia” (appunto il backstop) è “intesa quale polizza d’assicurazione volta a evitare una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda e a garantire l’integrità del mercato unico”. L’Ue è “fermamente determinata” a lavorare celermente a un accordo successivo che stabilisca, “entro il 31 dicembre 2020, modalità alternative per evitare di dover ricorrere alla soluzione di salvaguardia”. Cioè non si vuole che tra le due Irlande, del Nord e del Sud, torni una frontiera fisica, sbarre o dazi, rischiando di riportare indietro nel tempo l’Irlanda, con conflitti o muri divisori tra irlandesi del Nord sudditi della regina e irlandesi del sud cittadini della Repubblica. Il backstop manterrebbe temporaneamente il Nord nel mercato unico, in attesa di stabilire con il governo britannico nuove regole. I duri e puri del Brexit non accettano tale clausola, perché ritengono che di fatto essa reinserisca l’Irlanda del nord nell’economia Ue.

Amichevole addio. Così al punto 4 il Consiglio europeo sottolinea che, “qualora si dovesse comunque ricorrere alla soluzione di salvaguardia, questa si applicherebbe in via temporanea, salvo e fintanto che non sia sostituita da un accordo successivo che garantisca che la frontiera fisica sia evitata”. In tale eventualità l’Unione “si adopererebbe al massimo – e lo stesso si aspetterebbe dal Regno Unito – per negoziare e concludere tempestivamente un accordo successivo che sostituisca la soluzione di salvaguardia”, cui si ricorrerebbe pertanto “solo per il tempo strettamente necessario”. Infine, punto 5 (che torna ai toni ultimativi), il Consiglio “invita a intensificare i lavori a tutti i livelli per prepararsi alle conseguenze del recesso del Regno Unito, prendendo in considerazione tutti gli esiti possibili”. May può tornare a Londra mostrando di aver portato a più miti consigli i 27; i quali dal canto loro riaffermano l’addio, amichevole, a Londra. Spetta ora alla stessa May “vendere” politicamente il modesto risultato ottenuto. Dopo Natale la partita dovrà essere chiusa, magari con un ennesimo Consiglio europeo straordinario. Il tempo è poco, il 29 marzo è vicino.

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