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Servizio Informazione Religiosa
Aggiornato: 1 ora 22 min fa

Cari ragazzi, abbiamo bisogno di voi. Perché date del tu al tempo

10 ore 38 min fa

C’è un tempo prima del coronavirus e un tempo dopo. E c’è un mondo che ha dato una grande prova di sé: la scuola. Insegnanti, dirigenti e tutti gli operatori ma soprattutto gli studenti. Se la città d’ora in poi sarà migliore, più responsabile e più civile credo che sarà per merito della scuola, avamposto civile di questo Paese. È la palestra dove si insegnano i fondamentali del sapere; il luogo dove avvengono gli incontri reali tra coetanei e con gli insegnanti. Dopo l’apocalisse del coronavirus bisognerà pur pensare alla genesi. E da dove ricominciare la costruzione se non dalla scuola? Calamandrei la riteneva più importante del Parlamento e della Magistratura. Nietzsche affermava che alla scuola spetta il compito di formare non dei semplici impiegati ma dei cittadini. Agli impiegati bastano informazioni e competenze ma per formare i cittadini occorre la conoscenza, una visione ma anche il senso di un destino individuale delle persone e collettivo dei popoli. Per questo la didattica a distanza non sarà sufficiente. Bisogna tornare in presenza. Di fronte a situazioni difficili bisogna ricorrere a soluzioni altrettanto eccezionali. Ci sono grandi spazi, piazze, palazzi dello sport. Bisogna che i ragazzi tornino a frequentarsi per il valore dell’incontro perché la didattica non è solo un discorso verticale che passa dal docente al discente ma è anche orizzontale, mutuo e reciproco.

La scuola per tanti anni si è affidata a 3i: inglese, internet, impresa. Non erano quelle la soluzione ma si sono rivelate una parte del problema. Io preferisco dirvi di appellarvi ad altre 3i: intellegere, ovvero cogliere il dentro e la relazione tra le cose; interrogare, ovvero l’arte della domanda, perché gli interrogativi sono più importanti delle risposte; invenire, ovvero scoprire e inventare.

Un’ultima osservazione sui protagonisti: studenti e insegnanti. La parola professore deriva dal latino profitēri che vuol dire professare. In aula l’insegnante ha una triplice professione come dicevano i maestri antichi: affascinare (delectare), insegnare (docere) e muovere le coscienze (movere). La grande notizia è che siete voi ragazzi di 13-14-18 il bene più prezioso della città, come diceva Erasmo. A voi si chiede un miracolo, un compito importante ed entusiasmante. Quello di congiungere il notum ovvero il conosciuto dei maestri e degli adulti con il vostro novum, ovvero con l’inatteso, l’inaspettato, ciò che ancora deve essere. Il futuro nasce da questo incontro. Tocca a voi che siete il presente. Guai a coloro che vi dicono che siete il futuro perché voi date del tu al tempo e siete gli unici capaci di tendere un filo tra la memoria e il progetto, tra il passato e il futuro, tra i trapassati e i nascituri. Dalla scuola dovete aspettarvi il rigore e dovete essere esigenti anzitutto di voi stessi. Siate – oso dire – perfetti e di esempio per gli adulti. Credo che il mondo sarà migliore il giorno in cui non si dirà più che un giovane è bravo perché assomiglia a suo padre o a sua madre ma quando si dirà che un adulto assomiglia a voi. In bocca al lupo!

* Presidente della Pontificia accademia di latinità e già magnifico Rettore dell’Università di Bologna

 

(originariamente pubblicato su “Il Nuovo Amico”)

Dalla liturgia digitale una sfida e una riflessione: le Chiese germaniche si interrogano sull’esperienza e sugli scenari futuri

10 ore 53 min fa

L’esperienza ecclesiale della clausura forzata, imposta dall’epidemia di Covid-19, ha portato le Chiese tedesca e austriaca a confrontarsi con la necessità di rendere il contatto digitale con i fedeli il più umano e coinvolgente possibile. Già da tempo le diocesi e le parrocchie sfruttano il mondo digitale per vicine ai propri fedeli, e le esperienze sia sui social media, sia in streaming su canali dedicati hanno dato negli anni grandi soddisfazioni. Ma ciò che è risultato dall’esperienza delle restrizioni alle celebrazioni, è andato oltre il semplice incremento delle liturgie rilanciate da Facebook, Instagram, Youtube che, deve essere sottolineato, hanno letteralmente invaso il mondo delle dirette in streaming in questi ultimi mesi. Ogni parrocchia ha approntato il proprio mezzo di ritrasmissione e quotidianamente ha raggiunto le famiglie, i singoli, gli anziani nelle case di cura e negli ospedali, le comunità ecclesiali divise dall’epidemia: i parroci, i diaconi, i laici si sono trasformati in estemporanei tecnici del suono e registi offrendo un servizio liturgico che è andato al di là della consueta offerta. Alle Messe si sono aggiunte le preghiere delle ore, il rosario, le novene per i santi patroni hanno coinvolto con gesti semplici le comunità disperse. E non va dimenticato come dalle storiche cattedrali gotiche e romaniche del mondo germanico i vescovi e i cardinali hanno saputo confrontarsi in più occasioni in assemblee, seppur ridotte, con i propri fedeli usando i sistemi delle conference call su una delle numerosissime piattaforme digitali. E grande è stato l’apporto delle testate nazionali e locali nel trasmettere via radio e televisione le celebrazioni liturgiche del triduo pasquale e del tempo di Pasqua: numeri non calcolabili vista l’enorme offerta che si è manifestata e ampliata giorno dopo giorno.
Monsignor Franz Lackner, arcivescovo di Salisburgo, nel corso della conferenza stampa del 19 giugno scorso a Vienna, con la quale ha pubblicamente iniziato il suo mandato di nuovo presidente della conferenza episcopale austriaca, ha ricordato ai giornalisti come per lui personalmente sia stato “sconvolgente” celebrare le messe nella cattedrale vuota, e ha ringraziato i media che hanno permesso ai fedeli assenti di prendere parte alle trasmissioni in diretta. Per Lackner è vero che una liturgia eucaristica nella sua compiutezza ha ovviamente bisogno della presenza fisica del popolo di Dio, ma in questo ambito ha posto la necessità che si sviluppi una “Teologia del digitale”.Secondo il teologo pastorale Johann Pock, preside della facoltà teologica di Vienna, l’attuale creatività della pastorale su base telematica dovrebbe sopravvivere al tempo della pandemia della corona. Pock ha parlato di molte esperienze digitali positive nelle chiese locali: “Forse alcuni che non potevano essere raggiunti attraverso attività precedenti avranno un nuovo rapporto con la religione”, ha detto Pock che, tra le esperienze positive, inserisce il ruolo fondamentale dei laici in questa situazione: senza di essi, la lenta ripresa della vita parrocchiale non sarebbe riuscita. Le esperienze della “chiesa di casa” sono state preziose per questo: Pock sottolinea che

si è riscoperta l’importanza degli altri

e in questo senso, molte parrocchie a Pasqua hanno deliberatamente cercato il contatto con le persone attraverso campagne di chiamata alla Messa via web.
Il vice Provinciale dei Pallottini tedeschi, padre Michael Pfenning ha letto i risultati di un sondaggio fatto tra i fedeli alla riapertura controllata delle celebrazioni: e a katholisch.de, portale della Chiesa tedesca, ha espresso le sue riflessioni sui risultati. La maggior parte dei credenti intervistati preferisce attendere che le Messe siano nuovamente accessibili a tutti. Questo significa la necessità di continuare a raggiungere le comunità su via digitale, con quella comunione spirituale che è stata vissuta con grande intensità, anche alla sequela di papa Francesco. Pfenning evidenzia che tra le risposte c’è quella di un uomo che non accetta il sacerdote in guanti di gomma e pinze perché incompatibili con la riverenza per il Corpo di Cristo. Ma anche le lacune nella sicurezza, le prenotazioni per le messe risultano respingenti rispetto la fruizione delle chiese. Pfenning non sa se l’astinenza temporanea dalla partecipazione all’Eucaristia abbia aumentato il desiderio per il sacramento ma secondo lui è aumentata la necessità di “affrontare il significato dell’Eucaristia”.

Legge sulla sicurezza nazionale. Tra proteste e paura, la gente chiede libertà e democrazia

11 ore 8 min fa

Bocche imbavagliate. Ad Hong Kong la gente ha paura di parlare. Con la nuova legge sulla sicurezza nazionale, si rischia la prigione anche solo affrontando la questione. C’è un clima di tensione nella ex colonia britannica. Basta una parola in più per finire nei guai. Per questo la fonte contattata dal Sir fa subito una premessa: chiede di mantenere l’anonimato. La nuova legge sulla sicurezza nazionale firmata dal presidente cinese Xi Jinping, punisce con estrema severità, fino all’ergastolo, i reati di secessione, sovversione, terrorismo e collusione con forze esterne. E all’articolo 38, si afferma che la legge può essere applicata anche su persone che non sono permanentemente residenti ad Hong Kong. Agli occhi del mondo, è un’ulteriore stretta imposta dalla Cina sull’autonomia di Hong Kong garantita secondo il principio “One country two systems”. Una mossa severissima che ha immediatamente provocato la dura opposizione di Usa, Ue e Gran Bretagna. Ma è la gente di Hong Kong a scendere per le strade della città. Lo fa dopo un anno di crescenti violenze e rivolte. La legge è stata varata mentre il 1° luglio la ex colonia britannica celebrava i 23 anni (era il 1997) della consegna di Hong Kong dal Regno Unito alla Cina continentale.

Per l’occasione, le Commissioni diocesane Giustizia, pace e lavoro e il Consiglio delle Chiese cristiane di Hong Kong hanno organizzato un incontro di preghiera nella Chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo, a Wan Chai. La Chiesa – sebbene non grandissima – era piena di gente. Nel suo messaggio di saluto, il vescovo ausiliare Joseph Ha Chi-shing, ha affermato: “Secondo la dottrina sociale cattolica, il fondamento ultimo di tutti i diritti umani deriva dalla dignità umana che a sua volta proviene dall’essere figli di Dio. Questa dignità ci dice che non siamo schiavi, ma figli della libertà di Dio”. Secondo quanto si legge sul settimanale “Examiner” della diocesi di Hong Kong, in passato, le celebrazioni per l’anniversario includevano sfilate, cerimonie di alzabandiera, spettacoli culturali, partite sportive e uno spettacolo pirotecnico. Ma quest’anno a causa della legge sulla sicurezza, il governo ha bloccato ogni manifestazione e per la prima volta in 17 anni, la marcia annuale per la democrazia, che si tiene dal 2003, non è stata consentita.

La tensione, dunque, è altissima. Per capire l’atmosfera che si sta vivendo, basta entrare in questi giorni nelle scuole dove si stanno tenendo, in questo periodo, attività di fine anno con le “graduation ceremonies”. Gli istituti che hanno un retroterra religioso (soprattutto cattolici e protestanti) aprono spesso queste cerimonie con una preghiera per Hong Kong. Ma se negli anni passati si pregava per “tutti i governanti” affinché “sappiano usare la loro saggezza per promuovere il benessere delle persone”, quest’anno la preghiera – dopo l’approvazione della legge – è stata cambiata eliminando il termine “governanti”, in quanto la citazione poteva essere equivocata.

La gente ha paura di finire nel regime in vigore nella Repubblica Popolare Cinese. Questa paura non è nuova: è almeno da due anni che le persone ad Hong Kong temono che le cose possano cambiare e cambiare per il peggio. Un indice di questa paura è il numero crescente delle persone che decidono di emigrare, soprattutto chi ha tra i 30 e i 40 anni ed ha figli piccoli. Sono soprattutto loro a vedere ormai il futuro all’estero. Si è addirittura creata una situazione in cui anche all’interno delle famiglie stesse, anche tra amici stretti, fratelli e parenti, si evita di parlare di questi argomenti politici a meno di non essere sicuri che l’interlocutore non abbia le stesse idee.

C’è di una polarizzazione molto forte tra chi è a favore del potere costituito e chi chiede riforme. Nel mezzo ci sono persone che preferiscono non pronunciarsi o comunque non voglio esprimere chiaramente le loro idee e prendere posizione. L’area degli insoddisfatti è molto eterogenea. Comprende tutti quelli che vogliono qualcosa di diverso rispetto all’attuale situazione: c’è chi chiede l’indipendenza e chi un referendum per decidere il futuro di Hong Kong. Ci sono gli attivisti, i partiti democratici nati negli anni ’70, i gruppi socialisti. Sono realtà molto diverse tra loro ma al momento si ritrovano uniti sostanzialmente per esprimere insoddisfazione e chiedere riforme democratiche. Sta di fatto che chi sta partecipando in questo momento alle manifestazioni, ha messo in conto di poter finire in prigione anche per un lungo periodo.

Quale via di uscita. Tutto si gioca a livello di politica interna cinese e comunità internazionale. L’impressione è che l’attuale dirigenza cinese sia accerchiata. Dall’interno per una situazione che è andata progressivamente peggiorando per via della pandemia e della sua cattiva gestione, la crisi economica, la disoccupazione, la povertà. La legge sulla sicurezza nazionale potrebbe addirittura essere stata varata per creare un diversivo e spostare l’attenzione dai reali problemi del Paese. Le dure posizioni invece prese proprio in questi giorni da Trump e dall’Unione europea, non convincono il cittadino medio di Hong Kong che rimane estremamente insoddisfatto: qui si ha l’impressione che si tratti di prese di posizione di principio ma che gli interessi economici vengono comunque prima della difesa dei diritti umani.