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Aggiornato: 42 min 7 sec fa

Parlamento Ue: finisca presto il “rodaggio”. I cittadini europei non possono aspettare

54 min 55 sec fa

Non è ancora finito il periodo di rodaggio per il nuovo Parlamento europeo. Insediatosi, dopo le elezioni di maggio, il 2 luglio, ha eletto il giorno successivo il presidente – l’italiano David Maria Sassoli – dovendo rivendicare la propria autonomia rispetto alle trattative in corso tra i 28 Stati membri per assegnare le alte cariche Ue (Commissione, Consiglio, Bce, Alto rappresentante), quando qualche leader nazionale avrebbe voluto inserire nel pacchetto dei top job anche la poltrona più alta di Strasburgo. Una elezione, quella di Sassoli, che ha peraltro confermato come in emiciclo esista una consistente, ma frammentata, maggioranza “europeista”, la quale, senza particolari fatiche, è riuscita a eleggere un presidente con un solido curriculum pro-Ue, confermato nel denso discorso d’insediamento.
La sessione plenaria successiva (15-18 luglio) ha avuto come “pezzo forte” la votazione sulla candidata, designata dal Consiglio europeo, alla presidenza della Commissione. Su questo punto i gruppi politici e le rappresentanze nazionali si sono divise fra i sì e i no a Ursula von der Leyen, in molti casi – come quello italiano e tedesco – più per motivi di politica interna che non per esplicite ragioni di politica europea. Questa votazione – passata di stretta misura – e più ancora il discorso programmatico della eletta hanno portato una “ventata d’Europa” che fino a qualche mese fa moltissimi davano per spacciata e definitivamente archiviata.Del resto a Strasburgo occorrerà qualche tempo affinché i deputati – il 60% dei quali al primo mandato – si mettano “a registro”. Accanto a eurodeputati navigati e a politici esperti siedono (sia detto con tutto rispetto) parecchi parvenu della politica comunitaria. Lo si è capito dai discorsi pronunciati in plenaria e, prima ancora, dalle parole risuonate nelle commissioni parlamentari, nelle riunioni dei gruppi politici, negli incontri più o meno ufficiali con la stampa, lungo i corridoi dei palazzi di Bruxelles e Strasburgo. Non per tutti il diritto comunitario è “pane quotidiano”; non sempre appaiono chiare ai membri del Parlamento le competenze Ue rispetto a quelle degli Stati membri, qualche eurodeputato assegna al proprio ruolo e all’Assemblea poteri che sono in capo ad altre istituzioni…

E anche sul regolamento interno al Parlamento emerge qualche defaillance. Gli interventi troppo lunghi, rispetto ai consueti tempi contingentati, lo confermano. Ci sono deputati che non si rendono conto di essere in un’assise che lavora in 24 lingue e parlano così in fretta che gli interpreti sono costretti a lasciarli fare senza poter tradurre adeguatamente, e così i discorsi vanno a vuoto… Qualche deputato ammette – candidamente, eppure colpevolmente – di non aver “approfondito” una materia sulla quale ha appena votato. Altri ritengono, e imprudentemente dichiarano, di essere arrivati all’Eurocamera con il solo compito di perseguire gli interessi del Paese d’origine, altri con l’unico obiettivo di esaltare o di denigrare il proprio governo: gli uni e gli altri non hanno forse inteso quali siano profilo e ruolo dell’eurodeputato… Altri ancora scambiano l’emiciclo per un palcoscenico dove cercare in ogni modo di mettersi in mostra fra abbigliamenti improbabili e sceneggiate di quart’ordine (compresa quella, becera, di voltare le spalle mentre risuona l'”Inno alla gioia”, emblema europeo). Contando anche sul fatto che il dress code non è – e giustamente – la prima preoccupazione di un’aula che deve rappresentare le “diversità” del continente.

Comunque ora è il momento di mettersi, senza indugio e senza scuse, al lavoro.

I dossier legislativi urgenti di certo non mancano, quanto urgenti sono le attese dei cittadini cui l’Ue deve rispondere. Il presidente Sassoli ha rilanciato la “Conferenza sul futuro dell’Europa” che potrebbe delineare una riforma dell’Unione per dare più voce ai cittadini: e il Parlamento europeo dovrà essere in prima linea. Fra poche settimane cominceranno quindi le audizioni ai commissari designati dagli Stati membri per andare a comporre le futura Commissione: l’Europarlamento avrà l’occasione per far sentire il suo peso nel quadro della complessa architettura istituzionale Ue.

Un motivo di impegno lo ha positivamente rilanciato la stessa Ursula von der Leyen che, nel discorso rivolto all’emiciclo il giorno della sua elezione, ha affermato: “sostengo il diritto di iniziativa per il Parlamento europeo. Quando quest’Assemblea, deliberando a maggioranza dei suoi membri, adotta risoluzioni che chiedono alla Commissione di presentare proposte legislative, mi impegno a rispondere con un atto legislativo nel pieno rispetto della proporzionalità, della sussidiarietà e dei migliori principi legislativi”. È un segnale di assoluto rilievo che non può sfuggire agli eurodeputati. Si tratterà semmai di “giocare di sponda” con la Commissione per rafforzare, nel corso della legislatura 2019-2024, il ruolo delle due istituzioni “più comunitarie” (aventi di mira anzitutto il bene comune europeo) rispetto al Consiglio, dove siedono i governi e nel quale, tradizionalmente, tendono a prevalere gli interessi nazionali.
Compiti ardui, elevata posta in gioco. Gli eurodeputati ne saranno all’altezza?

Padiglione Santa Sede all’Expo Pechino 2019. Kin Sheung Yan (coordinatore), “un luogo di dialogo dove le diversità diventano ricchezze”

3 ore 44 min fa

Un frutto del nuovo canale di dialogo che si è aperto tra la Santa Sede e la Cina, un segno dell’amore e dell’interesse con cui Papa Francesco guarda all’Oriente, un luogo di incontro e dialogo. Si presenta così il Padiglione della Santa Sede all’Expo di Orticoltura a Pechino, inaugurato il 29 aprile scorso. 200 metri quadrati di postazione dove rispondendo al tema principale “Live green. Live better”, è stato ricreato l’ambiente dei Giardini Vaticani con il prato, le fontane, gli alberi e le gradinate curvilinee. “Un’opera – spiega da Pechino Kin Sheung Chiaretto Yan, coordinatore del progetto – che vuole essere espressione del sotto-tema “Home of Hearts” che si è dato lo spazio espositivo dove si trova il Padiglione: una Casa dei Cuori, un luogo d’incontro, un tempo per condividere cose belle”. Sei mesi di esposizione che hanno già visto un flusso di visitatori. Per il 14 settembre, è prevista una giornata dedicata alla Santa Sede (The Holy See National Day), in occasione della quale si sta organizzando un simposio dedicato al tema dell’ecologia. “È la prima volta che la Santa Sede partecipa in modo ufficiale ad una Expo in Cina”, dice Chiaretto Yan. “Questa presenza, pur simbolica e delicata, è molto significativa”.

 Ci può spiegare meglio perché?

E’ significativa per almeno quattro motivi: perché c’è stato un invito ufficiale da parte del governo cinese; perché avviene per la prima volta, perciò è un evento storico; perché questa mostra è indirizzata al popolo e si concepisce con un luogo di incontro vivo e diretto con tutti, da persona a persona; e infine perché con questa presenza si è aperta una via nuova di dialogo, la via culturale. Certamente è un frutto del dialogo avviato tra Cina e Santa Sede, anche se l’invito alla partecipazione era già stato presentato due anni fa.

Durante questo processo è aumentata la fiducia reciproca.

Ci può dire qualcosa di più su questo Padiglione?

Il tema principale dell’Expo dell’Orticoltura a Pechino è l’ecologia e la protezione dell’ambiente. Il Padiglione della Santa Sede è stato pertanto concepito e costruito intorno al tema dell’enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’”. Il dipinto “Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre” di Peter Wenzel esprime l’armonia dei rapporti tra uomo e creato, tra uomo e donna, tra gli uomini e la natura.

Tutto il Padiglione parla di relazioni.

Al suo centro, c’è una copia di un rilievo in bronzo di Piazza San Pietro con la Rosa dei Venti dell’Oriente, e la scritta “levante” e “est”: il vento di levante che soffia da Est con la sua vitalità. E’ un riferimento ai numerosi viaggi che il Santo Padre ha fatto in Oriente e all’interesse con cui la Santa Sede guarda verso l’Est e la Cina per costruire legami e ponti. Ad un lato del Padiglione, c’è l’installazione di una scultura dorata di un albero d’ulivo con una citazione dell’enciclica del Papa: “Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti” (LS 93). Nel Padiglione poi si possono ammirare due manoscritti portati dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, riguardanti erbari e le proprietà medicinali delle erbe. Indicano il contributo della Chiesa in questo campo, ma anche la stretta relazione con l’erboristeria cinese che pure ha una lunga tradizione. Il Padiglione fa uso di una tecnologia non inquinante Li-Fi e ospita un’innovativa serra ‘indoor’ con tecnologie d’avanguardia per far crescere le piante più velocemente. Questo suggerisce che non c’è relazione di conflitto tra la fede e la scienza. Anzi la Chiesa incoraggia l’uso della tecnologie con rispetto del creato per offrire una vita migliore agli uomini di oggi.

Nel pensare lo stand, quale messaggio si vuole dare al popolo cinese?

Il nostro Padiglione vuole essere un segno: qui tutti i visitatori, a prescindere dal loro credo o cultura, possono ritrovare valori che ci uniscono.

La salvaguardia della natura per il bene comune è un messaggio universale come quello della pace del mondo. Per tutto il periodo dei 162 giorni di Expo, gruppi di giovani cattolici e studenti volontari fanno da guida ai visitatori. C’è chi lavora con noi per qualche settimana o per tutto il periodo. Ci sentiamo ambasciatori di accoglienza e di dialogo. C’è un atmosfera molto bella nel Padiglione. E questa testimonianza di comunione tra di noi e questo spirito di riconciliazione e dialogo con gli altri sono molto importanti. Assumono un valore inestimabile.

Quanto la figura e la personalità di papa Francesco ha contribuito ad aprire le porte della Cina alla Chiesa cattolica?

Uno dei principi interpretativi della realtà sociale di cui parla Papa Francesco, “il tutto è superiore alla parte”, è molto consono alla cultura orientale. La visione organica del Papa è molto vicina all’Oriente. Essendo un Papa che viene da un altro continente rispetto all’Europa, riesce ad avere una prospettiva che guarda anche all’altra parte. Certamente la figura e la personalità di papa Francesco hanno contribuito ad aprire le porte della Cina alla Chiesa cattolica. Sono numerosi i gesti d’amicizia e le parole piene d’amore che Papa Francesco rivolge verso la Cina. Mettiamo insieme i fatti che si sono susseguiti fino ad oggi. Quando il Papa ha fatto il suo viaggio apostolico in Corea, la Cina ha aperto il suo spazio aereo per la prima volta ad un Pontefice che solcava i suoi cieli.  Papa Francesco e il Presidente Xi Jinping sono stati eletti quasi nello stesso giorno nel 2013, e si sono scritti! Oltre al Padiglione della Santa Sede, in Cina per la prima volta, la Città Proibita a Pechino ospita la mostra “La Bellezza Ci Unisce” dei Musei Vaticani che sarà aperta fino al 14 luglio. Solo nell’arco della settimana scorsa, tre conferenze su Papa Francesco sono state tenute per la prima volta nei più prestigiosi atenei della Cina, quella di padre Antonio Spadaro, presso l’Accademia Cinese di Scienze Sociali e al “The Beijing Center” presso la Beijing University of International Business and Economics. E quella di padre Benoit Vermander, sj presso l’Università di Pechino. Penso che questi fatti parlino da sé e i rapporti stanno andando avanti. E’ un momento propizio.

Lei parlava prima del Padiglione della Santa Sede come luogo di un dialogo culturale. Cosa hanno da dirsi questi due mondi così lontani?

I comuni valori ci uniscono, ma la testimonianza di accoglienza e comunione assume un valore inestimabile. Il papa, che parla spesso della Cultura dell’Incontro, rivolgendosi alla Cina ha detto: “Dobbiamo perciò trovare un modo, attraverso il dialogo per camminare insieme, avvalendoci delle reciproche ricchezze storiche e culturali delle nostre civiltà e costruire un futuro comune di armonia”. Papa Francesco ha usato l’esempio dei colori nel suo ultimo messaggio Urbi et orbi parlando della fraternità tra le persone di ogni nazione e cultura: “Le nostre differenze non sono un danno o un pericolo, sono una ricchezza. Come per un artista che vuole fare un mosaico, è meglio avere a disposizione tessere di molti colori piuttosto che di poche”. Trovo molta sintonia con le parole del Presidente Xi Jinping alla conferenza sul dialogo delle civiltà asiatiche (Pechino, 15-22 maggio): “Abbiamo bisogno di sostenere la bellezza e le diversità delle civiltà in tutto il mondo. Dovremmo fare in modo di mantenere la nostra civiltà dinamica e al tempo stesso creare le condizioni per cui le altre civiltà possano fiorire. Insieme  possiamo realizzare un giardino di civiltà che arricchiscono il mondo di suoni e colori”.

Alla fine, scopriamo che abbiamo molte più cose in comune di quanto pensiamo e che anche le diversità sono una ricchezza.

Flat tax: pro e contro dell’aliquota unica uguale per tutti

4 ore 4 min fa

Si fa presto a dire flat tax. L’idea di una “tassa piatta”, cioè di un’aliquota unica uguale per tutti, non è affatto una novità. Il primo a teorizzarla fu l’economista iperliberista Milton Frideman nel lontano 1956 ed è singolare che in Italia venga riproposta proprio in un momento in cui il vento politico-economico tira da tutt’altra parte. Si fa presto a dire flat tax perché allo stato puro essa di fatto non esiste da nessuna parte, in quanto la sua applicazione viene mitigata da tutta una serie di elementi accessori che incidono non poco sui suoi effetti. Va peraltro detto subito che

in Italia, almeno in assenza di robusti correttivi, la flat tax in quanto tale è chiaramente incostituzionale.

L’articolo 53 della Carta recita infatti che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Progressività vuol dire che la quota di prelievo cresce con l’aumentare del reddito, l’esatto contrario della flat tax. In sé la tassa piatta avvantaggia i redditi più alti, su questo c’è poco da ricamare. Dopo di che la si può certamente integrare in mille modi introducendo meccanismi di progressività, al punto che in certe versioni non si capisce neanche più perché la si chiami flat tax se non per motivi di propaganda.
Resta il fatto che

in Europa nessuna delle grandi economie ha adottato questo tipo di tassazione.

Il che dovrebbe pure indurre a qualche riflessione supplementare. La flat tax ha invece preso piede nei Paesi che sono usciti dall’ex-blocco sovietico, a cominciare da quelli baltici fino a Romania, Ungheria, Bulgaria ecc. Paesi che economicamente non sono comparabili con il nostro e in cui il sistema di welfare è poco sviluppato, così che non c’è necessità di alimentare un’ingente spesa pubblica per sostenerlo. Perché al di là di ogni altra considerazione l’effetto della flat tax è una sostanziale riduzione delle entrate fiscali. Ammesso e non concesso che questo poi alimenti in prospettiva una crescita economica impetuosa, nel breve periodo non si capisce proprio come l’Italia, già alle prese con un debito pubblico colossale, potrebbe far fronte a una situazione del genere. Tanto più che l’attuale maggioranza non mostra alcuna intenzione di ridurre la spesa sociale, né di asciugare la presenza dello Stato nell’economia (come sarebbe piaciuto a Friedman). Anzi, si sta andando in direzione opposta.
Nel dibattito italiano l’ultima e più esplicita formulazione della flat tax è quella presentata dalla Lega: un’unica aliquota al 15% fino a 55mila euro di reddito familiare. I proponenti assicurano benefici per 20 milioni di famiglie e risparmi nell’ordine di 3.500 euro per i nuclei monoreddito con un figlio. Servirebbero tanti miliardi, 12-13 secondo la Lega, quatto-cinque volte di più secondo altre stime. La scommessa dei proponenti è di recuperare grandi risorse con l’abolizione di tutte le detrazioni esistenti. Impresa che si preannuncia epica: gli uffici del Senato ne hanno calcolato 636 tipi, di cui 170 a livello locale, e solo per 132 di essi è stato possibile appurare il numero esatto dei beneficiari. Bisogna poi capire che impatto avrebbe l’eliminazione delle detrazioni, perché se alcune di esse sono piuttosto insensate, altre incidono in misura rilevante sui bilanci delle famiglie: sono le detrazioni per lavoro dipendente, per i figli a carico e per il mutuo sulla prima casa.

C’è chi ha provato a rovesciare il punto di vista, e invece della flat tax ha proposto una flat benefit tax (abbreviata in flat benefit).

Il “beneficio piatto” lo ha illustrato Marco Bonmassar su Benecomune, la rivista online promossa dalla Fondazione Achille Grandi delle Acli e diretta dall’economista Leonardo Becchetti. In pratica si tratterebbe di abbattere la prima aliquota dell’attuale Irpef, quel 23% che si paga sulla fascia di reddito fino a 15mila euro. Bonmassar calcola che per il contribuente che percepisce oltre i 15mila euro l’anno (per chi si trova al di sotto ovviamente bisognerebbe introdurre delle correzioni, questo però vale per tutti i modelli) il risparmio sarebbe di 3.450 euro. Il capovolgimento rispetto alla flat tax è che il beneficio è uguale per tutti, ma la sua incidenza sul reddito complessivo ovviamente si riduce all’aumentare del reddito stesso. In proporzione i più ricchi risparmiano meno dei più poveri.
Anche la flat benefit pone il problema del reperimento delle risorse per compensare il minor gettito, ma dimostra che

con un approccio non ideologico e propagandistico si possono individuare soluzioni compatibili.

In un’analisi pubblicata su Avvenire, per esempio, l’economista Matteo Rizzolli ha ipotizzato tutta una serie di correttivi per rendere la flat tax a misura di famiglia. Il punto cruciale è che in una situazione in cui è necessario tenere in ordine i conti pubblici e quindi le disponibilità finanziarie sono limitate, sono le scelte politiche a fare la differenza. Il vero problema italiano non è tanto la pressione fiscale in sé – anche se suona bene promettere di abbassare le tasse – ma l’enorme evasione e una distribuzione iniqua del prelievo, che penalizza le famiglie con figli e il lavoro. Bisognerebbe ripartire da qui.

Paolo Borsellino. La proposta di don Scordato: “Sia riconosciuto martire a causa della giustizia”

6 ore 50 min fa

“Paolo Borsellino martire a causa della giustizia”. Don Cosimo Scordato, rettore nella chiesa di San Francesco Saverio, a Palermo, celebrerà oggi pomeriggio una messa durante la quale verrà ricordato il magistrato ucciso dalla mafia assieme alla sua scorta in via d’Amelio, 27 anni fa. Lo farà alla presenza della famiglia Borsellino, come lo scorso anno, quando una nipotina del magistrato lesse una lettera al nonno che non ha conosciuto. Quest’anno, don Cosimo presenterà nell’omelia “il profilo di Paolo Borsellino come quello di una persona che è stata capace di affrontare anche il rischio di un martirio a causa della giustizia”. E sostiene che

“ci sarebbero gli estremi per considerarlo martire nel senso evangelico”.

“Anche perché lui era un credente, una persona praticante dal punto di vista ecclesiale – dice al Sir don Scordato -. Frequentava la chiesa, partecipava alle celebrazioni. Era una persona unitaria nella sua concezione di vita.

Viveva il suo lavoro e il suo impegno istituzionale con la sua identità cristiana”.

Qual è, a suo avviso, la santità di Paolo Borsellino?
Siamo davanti a una persona che non presenta una compattezza statica, ma un atteggiamento dinamico nei confronti della vita.

Era molto attaccato ai suoi familiari. Seguiva i figli con attenzione. So che quando era lontano da casa li sentiva spesso al telefono. Era sempre presente, nonostante le distanze dei luoghi in cui si trovava a lavorare.

Aveva espressioni di vitalità che vorremmo condividere, non pensando a una santità da sacrestia, di quelle impacchettate che ci vengono offerte in certi modelli o narrazioni. Il Concilio ci ha proposto un nuovo modello di santità che ha come luogo privilegiato la vita quotidiana e gli impegni della professione, passando dal modello di vita monastico ed ecclesiastico a quello del laico che vive nello spazio pubblico il suo servizio. È lì che deve testimoniare la sua fedeltà al Vangelo. Come ha fatto Paolo Borsellino.

Dunque, un martirio quello di Borsellino a causa della giustizia…
Siamo abituati a pensare che il martirio sia ‘in odium fidei’, in odio della fede, e ciò fa parte di una grande tradizione nella Chiesa, che presenta la difesa della retta dottrina ma rischia di essere una definizione limitante, legata ai martiri antichi che si rifiutavano di adorare la divinità o il re, che rifiutavano l’idolatria. Oggi ci troviamo in un contesto diverso. È vero che Paolo Borsellino rifiutò l’idolatria del potere della mafia o la paura che può incutere. Ma bisogna pensare anche alla beatitudine del Vangelo, ‘beati coloro che verranno perseguitati a causa della giustizia…’. E san Giovanni Paolo II fece spesso riferimento ai martiri per la giustizia e indirettamente per la fede. Un cristiano deve testimoniare la sua fede, la sua speranza e la sua carità all’interno degli spazi in cui si trova a vivere, come la famiglia, il luogo di lavoro, il ruolo istituzionale che rappresenta. Questo può essere un modo per fare uscire la santità dalla sagrestia e coniugarla nella vita del credente, nelle sue dimensioni più concrete.

Quello di Paolo Borsellino si può considerare un ‘martirium in odium justitiae’, perché la giustizia – non in senso di adempimento di una legge ma in senso pieno -, come una cosa che ha diritto di esistere, è un nome di Dio.

Qual è il suo ricordo personale di Paolo Borsellino?
Era una persona briosa. Alla fine della messa scambiavamo battute di cordialità. Ricordo un particolare: durante la consacrazione si inginocchiava. Cosa che ormai non si fa più. Dopo il concilio, con il nuovo rito, si è diffusa in genere l’abitudine di restare in piedi. Ma ricordo che lui si metteva in ginocchio. Come se volesse manifestare un particolare rispetto per quel momento. Un atteggiamento che esisteva nella sua sensibilità e manifestava la sua particolare attenzione al sacramento. Ricordo anche che la figlia Fiammetta era volontaria nel centro sociale della nostra chiesa.

Don Cosimo Scordato con padre Francesco Michele Stabile tra i figli di Paolo Borsellino, Lucia, Fiammetta e Manfredi

Quale eredità il magistrato ucciso dalla mafia ha lasciato alla sua famiglia e a tutti noi?

Dobbiamo parlare di un’eredità di Paolo e di tutta la sua famiglia che consegnano a noi: il dovere della verità.

Mentre ancora oggi vengono fuori falsità sulla strage in cui ha perso la vita Borsellino – è in corso il quarto processo -, tutti noi vorremmo che sia fatta verità piena su quello che è accaduto e su ciò che ha causato la morte di Paolo. Un’altra eredità è la rettitudine, testimoniata dal giudice che non torna indietro, quando aveva sentore che le cose stavano per precipitare. Credo che questa coerenza sia un grande dono per tutti.

Qual è il profilo di Paolo Borsellino che emerge dalle dichiarazioni contenute negli audio desecretati dalla Commissione antimafia?
È il profilo di una persona che richiede all’istituzione quello che dovrebbe fare, cioè fornire il massimo servizio al cittadino fedele che è impegnato nell’istituzione stessa. Borsellino teneva al fatto che l’istituzione funzionasse, perché è il vero antidoto alla mafia. Se tutto l’organismo statale funzionasse, con il sostegno della partecipazione dei cittadini, non servirebbero altri percorsi. Quando Paolo parlava della necessità di avere la scorta di mattina e di sera, voleva dire che è compito dello Stato difendere il cittadino e consentirgli di compiere il proprio dovere, offrendo il coraggio della propria testimonianza.

Usa: manifestazione al Senato contro le politiche migratorie. Arrestati preti, suore e leader cattolici

6 ore 54 min fa

Sono entrati nella rotonda d’ingresso al Senato con in mano le foto dei bambini migranti, morti nelle strutture di custodia del governo federale. Poco prima sul prato esterno avevano pregato, ascoltato testimonianze di migranti terrorizzati dall’idea di perdere i propri figli e hanno letto anche i messaggi dei vescovi arrivati a sostegno di questa manifestazione di disobbedienza civile organizzata dal Centro Colomban per la difesa e la sensibilizzazione, dalla Conferenza dei superiori maggiori maschili, dalla Conferenza dei Gesuiti di Canada e Usa, dalla Conferenza delle religiose degli Stati Uniti, da Pax Christi Usa e altri, per protestare contro le politiche di immigrazione messe in atto alla frontiera, in particolare nei confronti dei bambini.

Incuranti degli avvertimenti degli agenti, cinque degli attivisti si sono sdraiti sul pavimento del Campidoglio formando una croce umana e in coro hanno intonato i nomi delle piccole vittime: “Darlyn, Jakelin, Felipe, Juan, Wilmer, Carlos”.

La polizia è dovuta intervenire arrestandoli, mentre giacevano a terra e cantavano. Assieme a loro sono finiti in manette, suore, membri di parrochie e altri leader cattolici, portati via mentre recitavano l’Ave Maria. Tra i 70 arrestati c’è anche suor Pat Murphy, una religiosa di 90 anni, che lavora con migranti e rifugiati a Chicago e che da ben 13 anni organizza tutti i venerdì veglie di preghiera settimanali davanti all’agenzia delle migrazioni. “Il trattamento dei migranti dovrebbe oltraggiare tutte le persone di fede”, ha ribadito suor Pat e con lei lo ha ripetuto anche suor Ann Scholz, della Conferenza delle responsabili delle religiose americane: “Siamo qui perché il Vangelo ci obbliga ad agire e siamo indignati per il trattamento orribile riservato alle famiglie e in particolare ai bambini”. “Questo trattamento non puo’ continuare nel nostro nome”, ha concluso la suora.

La manifestazione di giovedì è solo una delle tante che da sabato scorso si svolgono in varie città del Paese: l’annuncio dei raid degli agenti dell’immigrazione ha mobilitato centinaia di persone di tutte le fedi che insieme chiedono una radicale modifica delle leggi sulla migrazione e lo stop al trattenimento dei migranti nei centri di detenzione al confine con il Messico, dove le immagini di bambini immigrati, separati dalle famiglie e detenuti in gabbie di recinzione, insalubri e malsane hanno indignato la nazione.

“Luci per la libertà” è il nome che si è dato a questi appuntamenti, che hanno scelto come simbolo la Statua della Libertà, un’icona dell’accoglienza degli immigrati negli Usa. Intanto le temute azioni di deportazione annunciate per il 15 luglio sono state di portata più limitata rispetto agli annunci del presidente e non pochi esponenti della Chiesa hanno dichiarato apertamente che le azioni servivano più ad intimidire e spaventare le comunità dei migranti, e sono state usate come una sorta di deterrente per chi nel futuro volesse raggiungere gli Stati Uniti.

Martedì scorso sono stati arrestati anche dieci manifestanti di religione ebraica: l’accusa era quella di essersi introdotti illegalmente nell’ingresso del quartier generale dell’Agenzia per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione a Washington, mentre altri 100 attivisti avevano creato una barriera umana, tenendosi per mano di fronte alle porte e ai garage dell’edificio per interrompere le operazioni di rastrellamento degli agenti dell’immigrazione.

A Foley Square, la piazza di fronte ai tribunali dell’immigrazione nella parte bassa di Manhattan, la pastora cristiana Kaji Douša, ha richiamato il passaggio del Vangelo di Matteo sul fare le cose ai minimi e ha ricordato che “per chiunque affermi di essere un cristiano e ignora che Gesù era un rifugiato e un immigrato ci saranno conseguenze nella vita eterna”. La pastora ha denunciato che dopo un incontro di leader religiosi a Tijuana, in Messico, è stata detenuta per diverse ore da ufficiali federali dell’immigrazione ed e stata interrogata sul suo lavoro a favore dei migranti sia al confine che nella stessa citta di New York. La signora Douša è stata inserita nella lista delle persone da tenere sotto controllo proprio per la sua posizione e le decisioni intraprese verso la tutela dei migranti.

Il cardinale di New York Timothy M. Dolan, dopo la messa domenicale nella cappella di Santa Francesca Cabrini, patrona degli immigrati, ha denunciato l’atteggiamento generalmente negativo nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, proprio in un Paese che per definizione “è nazione di immigrati”. Dolan è rattristato nel dover ammettere che in tanti si sono opposti all’opera di Madre Cabrini, a favore degli immigrati italiani, e lo stesso accade oggi “dove in troppi luoghi i rifugiati sono oggetto d’odio e di malizia”, nonostante le parrocchie, le scuole e le organizzazioni caritative cattoliche siano invece esemplari nelle azioni di assistenza.

A Kansas City, nel Missouri, in centinaia hanno partecipato con candele e luci alla manifestazione nel parco dedicato a Washington, dove gli studenti si sono alternati nella lettura di testimonianze scritte da chi è stato detenuto alla frontiera.

In Texas, il vescovo di Brownsville, Daniel Flores, ha dichiarato che “le minacce di deportazioni sono crudeli per le famiglie e i bambini e la separazione dei genitori dai loro figli senza nemmeno la possibilità di comparire in tribunale è riprovevole: le leggi dovrebbero trattare famiglie e bambini in modo diverso da come gestiscono i signori della droga “.

Infine Christopher Kerr, direttore esecutivo della Rete di solidarietà ignaziana, ha spiegato che i gruppi e le parrocchie associate ai gesuiti nel servire i migranti, hanno distribuito manuali di emergenza durante le messe in spagnolo e molte parrocchie si sono dichiarate “santuario” per garantire l’incolumità delle famiglie che avrebbero chiesto accoglienza. , impegnate a ospitare famiglie di immigrati. Molti altri stanno fornendo formazione “conosci i tuoi diritti”, collegando i parrocchiani ai servizi legali e sostenendo i rally e le proteste.

“Se l’amministrazione Trump persisterà in tattiche di terrore contro gli immigrati laboriosi e le loro famiglie, i cattolici continueranno ad agire, a dare testimonianza pubblica di condanna di questo peccato sociale”, ha dichiarato Simone Campbell, direttore esecutivo del network Giustizia sociale cattolica. Campbell, assieme ai francescani e ai gesuiti, considera la disobbedienza civile di ieri solo una delle prima manifestazioni pubbliche di sensibilizzazione e pressione sul Congresso.

USA: Nuns, priests, Catholic lay leaders arrested while protesting immigration polices at the Senate

6 ore 55 min fa

They entered the Senate rotunda holding photographs of migrant children who have died in federal immigration custody. Shortly before, they had prayed on the outside lawn, listened to testimonies of migrants who fear losing their children and read the messages of the bishops who arrived in support of this demonstration of civil disobedience promoted, inter alia, by the Columban Center for Advocacy and Outreach, the Conference of Major Superiors of Men, the Jesuit Conference of Canada and the United States, the Leadership Conference of Women Religious and Pax Christi USA, to protest against the immigration policies enacted at the border, especially with regard to children.

Five activists, disregarding the warnings of the police officers, lay down on the floor of the Senate building on Capitol Hill forming the shape of a cross with their bodies and recited the names of the young victims: “Darlyn, Jakelin, Felipe, Juan, Wilmer, Carlos.”

Police were called to intervene and arrested them while they lay on the ground and chanted. They were carried away in handcuffs, along with nuns, parish members and other Catholic leaders as they recited the Hail Mary. Seventy Catholics were arrested, including Sister Pat Murphy, a 90-year old nun who works with migrants and refugees in Chicago, organizing weekly prayer vigils outside the immigration agency. “The ways in which migrants are being treated should spark of the outrage of all believers”, said Sister Pat, echoed by Sister Ann Scholz, a member of the Leadership Conference of Women Religious: “We are here because the Gospel tells us we should take action and we are outraged at the awful treatment of families and of children in particular.” “Such treatment cannot continue, not in our name”, the nun exclaimed.

Thursday’s demonstration is just one of many protests staged since last Saturday in cities across the country: the announcement of the Federal Immigration and Customs Enforcement agency ( ICE) of planned raids targeting migrants sparked off the protests of hundreds of people of all faiths who are jointly calling for a radical change in immigration laws and a halt to the detainment of migrants in detention facilities on the Mexican border. The images of migrant children separated from their families and kept in inhumane and unhealthy fence cages, have shocked the whole nation.

The protests were dubbed “Lights for Liberty”, and took as their emblem the Statue of Liberty, paradigm of the reception of migrants into the United States. Meanwhile, the feared deportations planned for July 15 were more limited in scope than the President had claimed, and many Church dignitaries openly stated that the purpose of such actions was to intimidate and scare migrant communities, acting as a deterrent for anyone wishing to enter the United States in the future.

Ten Jewish protesters were also arrested for illegally entering ICE headquarters in Washington, while 100 activists holding hands created a human barrier around the building’s doors and garage, disrupting the agency’s detention operations.

In Foley Square, overlooking the immigration courts in the lower part of Manhattan, Christian Pastor Rev. Kaji Douša quoted the Gospel of Matthew on doing the least with a message “for anyone who claims to be a Christian and ignores that Jesus was a refugee and an immigrant you need to know that there are eternal consequences to consider.” Rev. Douša denounced that after participating in a meeting of faith leaders in Tijuana, Mexico, she was detained for several hours by federal immigration officers and interrogated about her work both on the border and in New York City. Rev Douša has been put on a watch list as a result of her commitment and her decisions with regard to the protection of migrants.

After celebrating Mass in the New York City’s chapel at the Church of St. Frances Xavier Cabrini, patroness of immigrants, Cardinal Timothy M. Dolan decried the negative attitude towards refugees and asylum-seekers in a country that is by definition “a nation of immigrants.” Dolan said he is “saddened” to admit that many opposed Mother Cabrinin’s work in favour of Italian refugees, and the same is happening today, where “in many places hate and malice are directed against immigrants and refugees” despite the fact that Catholic parishes, schools, and charities carry out exemplary relief and assistance services.

Hundreds gathered in Washington park in Kansas City, Missouri, holding candles and votives. Youths read testimonials written by people detained at the border.

In Texas, Brownsville Bishop Daniel Flores declared: “the threat of mass deportation raids is psychologically cruel to families and children. The actual separation of parents from their children without even a chance for a court appearance is simply reprehensible. Laws ought to treat families and children differently than drug lords.”

Christopher Kerr, executive director of the Ignatian Solidarity Network, stated that groups and parishes affiliated with the Jesuits in ministering to migrants have handed out emergency instructions during Masses in Spanish, while many parishes have declared themselves “sanctuaries” to ensure the safety of families seeking shelter, and committed to hosting immigrant families. Many more are providing “know your rights” training, connecting parishioners to legal services and supporting rallies and protests.

“If the Trump administration is going to persist in terror tactics against hard working immigrants and their families, then Catholics will continue to act, give public witness and condemn this social sin,” said Simone Campbell, executive director of Network Lobby for Catholic Social Justice. Campbell, along with Franciscans and Jesuits, considers yesterday’s civil disobedience one of the first public awareness and advocacy protests directed at Congress.