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Aggiornato: 1 ora 28 min fa

La regina è tornata. Su Netflix la serie evento “The Crown” alla terza stagione con cast rinnovato a cominciare dal premio Oscar Olivia Colman

Mar, 19/11/2019 - 17:44

“God Save the Queen” recita l’inno nazionale del Regno Unito, inno che vale anche per il colosso dello streaming Netflix. Da domenica 17 novembre, infatti, è online sulla piattaforma la terza, attesissima, stagione della serie “The Crown” (dal 2016) firmata da Peter Morgan, che racconta la storia della corona inglese sotto Elisabetta II. Tante le novità a cominciare dal cambiamento quasi totale del cast, per segnare un cambio di passo temporale-narrativo. Tra i nuovi ingressi il premio Oscar Olivia Colman nei panni della regina, Helena Bonham Carter in quelli della principessa Margaret e Tobias Menzies nel ruolo del principe Filippo. Il Sir e la Commissione nazionale valutazione film della Cei hanno subito visto i primi episodi.

La storia inglese dal 1964 al 1977. Con le prime due stagioni di “The Crown” abbiamo assistito all’ascesa al trono di Elisabetta II nell’immediato Secondo dopoguerra, tra incertezze iniziali, tensioni muscolari con il primo ministro Wiston Churchill – divenuto poi prezioso consigliere per la sovrana –, e il complesso equilibrio nel matrimonio con il principe Filippo nonché il vorticoso rapporto con la sorella Margaret, in cerca di un suo ruolo alla luce del sole a palazzo.

Nella terza stagione entriamo negli anni della maturità di Elisabetta II, dal 1964 al 1977, ormai madre e padrona della scena politica inglese e internazionale. Le sfide cui si trova davanti all’età di quarant’anni non sono poche a cominciare dalla crisi finanziaria dello Stato, con la richiesta di un prestito agli Stati Uniti sotto la presidenza Johnson, ma anche i problemi occupazionali interni e il cambio di primo ministro, con l’arrivo a Downing Street di Harold Wilson, esponente del Labour Party.

Ancora, Elisabetta è chiamata a fronteggiare anche tragedie che sconvolgono il Paese, come il disastro di Aberfan nel Galles nel 1966, dove un’ondata di fango da estrazione di carbone provoca la morte di oltre un centinaio di bambini. Non da ultimo, la sfida più grande per la regina sembra ricondurla sempre a palazzo, impegnata a gestire e soprattutto contenere la crescente irrequietezza della famiglia, su tutti l’insofferente marito Filippo e la sorella Margaret, cui va stretto il ruolo di seconda.

Il cast da Oscar. Non poche erano le perplessità su questa terza stagione di “The Crown”, a cominciare dal cambio di cast. A portare al successo le prime due stagioni erano stati Claire Foy (Golden Globe), Matt Smith, Vanessa Kirby e John Lithgow (Emmy Award). In particolare la Foy aveva reso un’interpretazione della giovane regina Elisabetta con impressionante bravura e aderenza, tanto nell’aspetto che nella gestualità, ma anche nel lasciar trasparire con grande contegno tutta la conflittualità interiore della donna, tra impulsi giovanili e doveri istituzionali.
Dai primi episodi di “The Crown 3” non emerge alcun passo falso, anzi. I nuovi volti si inseriscono alla perfezione in un racconto sempre di grande forza e fascino. A catalizzare l’attenzione è soprattutto lei, Olivia Colman, una delle più importanti e versatili interpreti inglesi del momento, che ha trovato grande popolarità in Tv con “Broadchurch” (2013-17), “The Night Manager” (2016), imponendosi poi a Hollywood con i film “Assassinio sull’Orient Express” (2017) e “La favorita” (2018), che le ha permesso di vincere il suo primo Oscar.

La Colman ha raccolto egregiamente il testimone da Claire Foy, non facendo emergere alcuno scalino tra le due interpretazioni. È entrata anche lei nei panni della regina, tratteggiando il personaggio con acume, ironia e compostezza. Le sue movenze sono controllate, il suo sguardo è penetrante, alternando toni algidi e lampi di brillantezza. Da applauso.

Le penna di Peter Morgan. La scrittura di Peter Morgan, geniale autore londinese che per il cinema ha firmato i copioni di “The Queen” (2006), “Frost/Nixon” (2008) e “Hereafter”, è robusta, puntuale e incalzante. Morgan, prendendo le mosse dal suo spettacolo teatrale “The Audience” (2013), ha costruito un racconto della monarchia inglese sotto il regno di Elisabetta II esplorando dinamiche del Paese, tra fratture e cambiamenti, e gli accadimenti familiari a Buckingham Palace. La Storia del Novecento viene letta quindi attraverso lo sguardo di una donna, di una sovrana, stretta nel difficile ruolo tra sfera personale e irreprensibile condotta richiesta dalla corona (“The Crown must always win”, si sente ripetere continuamente). Peter Morgan in questa terza stagione, a giudicare dai primi episodi, oltre a confermare la qualità della scrittura e la compattezza della narrazione, sembra essersi persino superato, raccordando ogni passaggio nel dettaglio, alla perfezione, grazie anche a una regia che tiene bene il passo e a impunture musicali sfiziose.

“Pure British drama”. “The Crown 3” rappresenta il meglio della produzione audiovisiva di matrice inglese oggi, che ha elevato di fatto il livello della qualità narrativa in generale delle serialità Tv ed è divenuta modello di riferimento nel racconto storico.
“The Crown” è un prodotto, come indicato, dalla scrittura presente e vigorosa, cui si raccorda un cast solido e assolutamente convincente. A ben vedere, però, la cosa che si apprezza forse di più è l’eccellenza della messa in scena, con una cura formale di rara bellezza e meticolosità – superlativi i costumi e le ambientazioni, la scenografia –, che permette allo spettatore di essere totalmente rapito nelle maglie della Storia, senza temere lungaggini o smarrimenti d’attenzione. Gli snodi narrativi, tra politica, economia e scene da mélo familiare, si susseguono e amalgamano in maniera fluida, avvincente, tanto da spingere lo spettatore a passare con rapidità da un episodio all’altro in chiave “binge-watching”.
Già solo un titolo come “The Crown” vale il prezzo dell’abbonamento di un mese su Netflix, e questo il colosso dello streaming – che sta rivoluzionando anche il cinema – lo sa bene. La serie, infatti, è una delle più costose mai realizzate, con uno stanziamento di budget di oltre 100 milioni di sterline a stagione (ognuna è da 10 episodi). In tempi di profonda incertezza Oltremanica, con la Brexit che morde ai fianchi e una società sempre più smarrita, la corona, o meglio la regina Elisabetta, rimane la vera certezza. È proprio il caso di dire “God Save the Queen”!

Usa dichiara “non illegali” le colonie israeliane in Cisgiordania. Mons. Marcuzzo (patriarcato): “Pessima notizia per la pace”

Mar, 19/11/2019 - 17:40

“Una pessima notizia per la pace. Una dichiarazione da condannare”: non usa mezzi termini mons. Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina, per commentare al Sir la dichiarazione del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Una affermazione che di fatto ripudia il Memorandum Hansell del 1978 con il quale gli Usa giudicavano l’occupazione dei Territori “incompatibile con il diritto internazionale”. Definire “gli insediamenti civili incompatibili con il diritto internazionale non ha favorito la causa della pace – ha spiegato Pompeo – la dura verità è che non vi sarà mai una soluzione legale del conflitto e le argomentazioni su chi ha ragione e chi ha torto dal punto di vista delle leggi internazionali non porteranno mai la pace”. Questo per dire anche che “la legalità degli insediamenti deve essere decisa dai tribunali israeliani”. L’annuncio di Pompeo – che va ad aggiungersi ad altri provvedimenti pro-israeliani, come lo spostamento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconosciuta così capitale d’Israele, e il riconoscimento dell’occupazione d’Israele delle Alture del Golan – marca una netta rottura sia rispetto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu del 2016, che definì una “flagrante violazione” delle leggi internazionali le colonie israeliane in Cisgiordania, e sia ripudiando la quarta Convenzione di Ginevra che sancì l’illegalità del trasferimento di popolazione da parte di una potenza occupante.

Mons. Marcuzzo

Una dichiarazione disastrosa. “Si tratta di una dichiarazione disastrosa che va in direzione opposta alla pace, ai diritti dei popoli e delle persone. Come è possibile annettersi terre che appartengono ai palestinesi senza il loro consenso? Chi sono gli Usa per deciderlo?”   rimarca il vicario patriarcale per Gerusalemme e la Palestina.

“La comunità internazionale deve reagire prontamente”.

La decisione Usa di non considerare più illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania “contraddice totalmente” il diritto internazionale, ha dichiarato Nabil Abu Rudeineh, portavoce del presidente palestinese Mahmoud Abbas. Rudeineh ha lanciato un appello agli altri Paesi affinché “dichiarino la loro opposizione” alla decisione di Washington. Per la Russia la posizione Usa sugli insediamenti è una “minaccia per la pace”. “Nessun Paese è al di sopra del diritto internazionale. Le dichiarazioni sullo stile del fatto compiuto non hanno validità nel diritto internazionale”, ha scritto su Twitter il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Di segno opposto le reazioni in Israele. Per il leader del Partito Blu e Bianco, Benny Gantz, “il futuro dei residenti della Giudea e della Samaria (la Cisgiordania) dovrebbe essere deciso in accordi che servano entrambe le parti e riflettano la situazione sul terreno”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato che la dichiarazione di Washington “riflette una verità storica. Il popolo ebraico non è un colonialista straniero in Giudea e Samaria (Cisgiordania), noi ci chiamiamo ebrei perché siamo il popolo della Giudea”. Un’affermazione rigettata da mons. Marcuzzo:

“Non accettiamo letture politiche della Bibbia”

Federica Mogherini

“e non vogliamo strumentalizzazioni politiche. Ben sappiamo, infatti, l’attenzione che la Bibbia ha nei confronti di questa terra e dobbiamo tenerne conto, ma non si stabilisca un diritto di proprietà”. L’Ue, tramite il capo della sua diplomazia, Federica Mogherini, ha ribadito la propria condanna della politica di insediamento di Israele: “La posizione dell’Ue sulla politica di insediamento israeliano nei territori palestinesi occupati è chiara e rimane immutata: qualsiasi attività di insediamento è illegale ai sensi del diritto internazionale e compromette la fattibilità della soluzione dei due Stati e le prospettive di pace duratura, come riaffermato dalla risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”. Anche i principali giornali europei hanno dato risalto alla notizia evidenziando, in modo particolare, il “cambio di posizione che ribalta quattro decenni di politica estera americana” e che adesso rischia di allontanare definitivamente la soluzione dei due popoli, due Stati, aprendo la strada ad Israele per annettersi i territori palestinesi. Una posizione condivisa anche da mons. Marcuzzo:

“La dichiarazione di Mike Pompeo potrebbe rappresentare la pietra tombale a questa soluzione perseguita dalla Comunità internazionale e appoggiata dalla Chiesa, come più volte ribadito da Papa Francesco”.

Statistiche. Secondo B’Tselem, ong israeliana che si definisce “Centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati”, dal 1967 (guerra dei Sei Giorni) alla fine del 2017, più di 200 insediamenti israeliani sono stati stabiliti in Cisgiordania: 131 insediamenti ufficialmente riconosciuti dal Ministero degli Interni israeliano; circa 110 insediamenti costruiti senza autorizzazione ufficiale ma con supporto e assistenza governativi (noti come “avamposti illegali”); numerose enclave all’interno della città di Hebron; 11 quartieri nelle aree della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme nel 1967 e diverse enclave all’interno dei quartieri palestinesi a Gerusalemme est. Altri 16 insediamenti stabiliti nella Striscia di Gaza e 4 nella Cisgiordania settentrionale, furono smantellati nel 2005 come parte del Piano di disimpegno. Più di 620.000 cittadini israeliani attualmente risiedono negli insediamenti. Di questi, circa 209.270 vivono nelle parti della Cisgiordania che Israele ha annesso alla giurisdizione municipale di Gerusalemme e 413.400 vivono in tutto il resto della Cisgiordania (dati fine 2017).