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Aggiornato: 1 ora 51 min fa

Ballare la differenza: il coraggio di Virginia e il cuore di Daria perché la danza sia inclusione e strumento di crescita

4 ore 43 min fa

“Oggi ha 26 anni, ma quando arrivò nella mia scuola ne aveva poco più di 10. Affetta da tetraparesi spastica non poteva camminare; tuttavia accompagnava alla mia lezione di ballo il fratello e la sorella Martina con la quale oggi inaugura a Druento (Torino) la sua scuola ‘Special Angels’, alla presenza del presidente del Coni Giovanni Malagò, che sarà padrino dell’evento”. A parlare così di Virginia Di Carlo – ex bambina cui era stata diagnosticata l’impossibilità di camminare, oggi cavaliere della Repubblica per meriti sportivi e culturali e tra pochi giorni contitolare di una scuola di danza – è Daria Mingarelli, insegnante di danze caraibiche e “anima” del progetto “Ballare la differenza”, rivolto a minori svantaggiati o con disabilità. Dopo tanti anni Daria si emoziona ancora raccontando al Sir lo sguardo con cui la piccola Virginia seguiva la danza dei fratelli e degli altri allievi.

“Non so cosa sia scattato in me: un giorno le ho chiesto se voleva ballare; non ho avuto alcuna esitazione pur sapendo che probabilmente mi sarei messa in qualcosa più grande di me.

Avevo 25 anni e solo qualche esperienza con ragazzi con disabilità cognitive, non motorie: bambini Down e autistici”. Immediata la risposta affermativa di Virginia. Da quel momento inizia un rapporto tutto loro fatto solo di movimenti di braccia fino a quando, “un po’ alla volta, Virginia comincia ad alzarsi e a sentirsi sempre più forte  e sicura sulle gambe”.

 

Virginiia Di Carlo insignita dal presidente Mattarella

Daria, che è anche sociologa e ha un master in comunicazione, è presidente della società sportiva Federcaribe – che ha lo scopo di promuovere e incoraggiare la diffusione della danza, in particolare delle danze caraibiche, favorendone lo sviluppo dal punto di vista sociale, sportivo, culturale, educativo e terapeutico – e si occupa di formazione di insegnanti per i quali ha codificato un metodo.

Danza con il fratello da quando ha 5 anni e oggi è l’anima e la responsabile del progetto nazionale triennale “Ballare la differenza” destinato a 800 minori provenienti da situazioni particolarmente svantaggiate dal punto di vista economico, sociale o familiare e a ragazzi con disabilità sensoriali, motorie, intellettive per svilupparne, attraverso la danza sportiva caraibica, risorse personali, competenze, benessere psicofisico, inclusione, pari opportunità.

Daria Mingarelli

Ma il progetto è multietnico, come la sua scuola, e intende valorizzare anche le differenze e il dialogo tra razze e culture. Se Daria ne è la responsabile, Virginia, che ormai cammina in modo fluido, anche se ogni tanto è un po’ impacciata nei gesti e continua ad allenarsi per eliminare la spasticità dei movimenti, ne è la testimonial. Le loro scuole sono infatti due delle 20 sedi operative in cui si svolgeranno le attività previste.
Il progetto, spiega Daria, nasce da una raccolta dati degli ultimi 16 anni fatta durante i suoi corsi per bambini disabili o provenienti da contesti svantaggiati, privi di un contesto familiare o di una rete sociale di protezione. “Corsi – dice – nati in modo casuale, che fino ad oggi ho svolto in forma assolutamente gratuita nella mia scuola a Torino e ora vorrei replicare a livello nazionale. Per questo ho bisogno di un aiuto economico”. A una bimba rom Daria garantisce una borsa di studio a vita “perché molto promettente”.

E’ come se, insegnando a danzare, Daria coltivasse delle piantine preziose aiutandole a sbocciare e a tirare fuori il meglio di sé.

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Tra gli allievi della sua scuola multietnica migliorano anche motivazione e rendimento scolastico, consapevolezza di sé, apertura ad accoglienza e integrazione, cura della salute. Sì perché Daria, accorgendosi di come alcuni alunni stringevano gli occhi per guardarsi nello specchio, ha invitato una sua amica oculista a visitarli gratuitamente e un’altra amica medico a dare consigli di salute. Si tratta di bimbi rom, rumeni, cinesi, albanesi, dominicani, nigeriani e marocchini “ai quali

insegniamo attraverso la danza ad essere orgogliosi delle loro radici ma anche a rispettare e ad amare l’Italia che li accoglie e che quindi appartiene loro”.

Daria ricorda di avere dovuto superare non poche diffidenze e chiusure da parte di famiglie – soprattutto padri – di religione musulmana: “con molta gradualità e rispetto per la loro cultura sono riuscita a guadagnarmi la loro fiducia”. Perché, “a differenza dell’opinione prevalente nell’immaginario collettivo,

il movimento di questa danza è elegante e sottolinea quanto la femminilità sia qualcosa di bello, un valore prezioso”.

Il presidente Malagò, che definisce Virginia “campionessa di vita”, “ci ha accolto lo scorso 17 luglio e ci ha assicurato il suo impegno per la promozione del progetto”, racconta Daria. Di durata triennale (settembre 2019 – giugno 2022), il progetto prevede una prima fase di formazione dei primi 20 insegnanti di diverse regioni, già selezionati, ad ognuno dei quali verranno affidati nella seconda fase due gruppi, ciascuno di 20 bambini provenienti da ambienti svantaggiati che parteciperanno a lezioni bisettimanali e ad attività didattiche e ludiche extracorso. Ad ogni insegnante – adeguatamente formato e affiancato dai suoi formatori – potranno essere affidati anche dei bimbi disabili, laddove la tipologia di disabilità consenta un lavoro di gruppo. In caso contrario sono previste lezioni individuali. Nelle fasi successive, valutazione dei risultati e presenza dei bambini a spettacoli di alcuni tra i migliori ballerini a livello internazionale “nell’ottica – spiega Daria – dello stimolo a raggiungere gli stessi risultati”. L’ultima fase prevede la partecipazione degli allievi a gare di circuito, campionati nazionali e all’evento internazionale “Dance the difference”.

“Siete dei super eroi; ognuno di voi è un dono di Dio ed è unico. Tirate fuori il meglio!”,

l’incoraggiamento di Daria ai suoi piccoli atleti. Divertimento, impegno e crescita personale assicurati.

Padre Pier Luigi Maccalli. A un anno dal rapimento in Niger, la Società delle Missioni Africane lo ricorda così: “Un uomo dinamico e di preghiera”

5 ore 29 min fa

È passato un anno da quel 17 settembre, in cui, intorno alle 23, dalla missione di Bomoanga (diocesi di Niamey), in Niger, quasi al confine con il Burkina Faso, un gruppo armato rapisce il parroco, padre Pier Luigi Maccalli, appartenente alla Società delle Missioni Africane (Sma). Il religioso, che tanto si è speso “per il bene di tutti, cristiani e musulmani”, è nato a Madignano (Cr), il 20 maggio 1961. Abbiamo raccolto la testimonianza del superiore generale della Sma, padre Antonio Porcellato, e di padre Vito Girotto, al momento del rapimento parroco della missione di Makalondi, la più vicina a quella di Bomoanga. “La Sma vive questo primo anniversario con trepidazione, con la fiducia che padre Gigi sia vivo e con una incessante preghiera per la sua liberazione. Il suo rapimento è stato occasione di un sussulto in tutta la Società delle Missioni Africane e nelle suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, in tutto circa 1500 missionari e missionarie per l’Africa. Un sussulto di preghiera per lui, di coscienza della nostra vocazione missionaria, del dono della nostra vita a Dio per la missione”, sottolinea il superiore generale.

Sempre in dialogo. “Una persona serena, di dialogo con tutti, musulmani e rappresentanti di religioni tradizionali, che ha annunciato il Vangelo concretamente, aiutando i più poveri, specialmente i bambini malnutriti e malati, promuovendo corsi di alfabetizzazione e lo scavo di pozzi di acqua.

Un uomo dinamico e di preghiera”.

Questo il ritratto di padre Maccalli che ci offre padre Girotto. “Pier Luigi è un missionario molto intraprendente sul piano pratico e profondo sul piano umano e spirituale. Conosce bene il Sahel, perché ha passato dieci anni nell’ambiente della savana del nord della Costa d’Avorio e poi undici nell’ambiente semidesertico di Bomoanga in Niger. Tutte queste cose gli permettono, io penso, di adattarsi alla condizione di prigionia, molto probabilmente in un ambiente dello stesso tipo. Gigi è una persona ottimista e adattabile. Non sarei sorpreso se venissi a sapere che ha stabilito relazioni di amicizia e collaborazione con chi lo detiene”, afferma padre Porcellato. “In un mese visitava anche 15 comunità sparse nei villaggi. Nella missione, ogni sera organizzava una preghiera in gurmancé per animare la comunità cristiana ma anche per mostrare che la Chiesa e il Vangelo sono per tutti”, prosegue padre Vito, che ricorda: “Le etnie sono due: i gurmancé, tra i quali ci sono i nostri battezzati, e i peulh (fulani), che sono pastori musulmani. La diocesi di Niamey conta 20mila battezzati e altrettanti catecumeni. La maggior parte dei battezzati provengono da Makalondi, Bomoanga, Kankani e Torodi, dove avevamo le nostre missioni”.

Padre Girotto racconta i drammatici momenti della notte del 17 settembre: “Attraverso il cellulare del mio confratello indiano Dass, che alloggiava nella casetta accanto a quella di padre Maccalli, ho vissuto quasi in diretta il rapimento. Durante il raid nessuno si è avvicinato alla missione perché i rapitori sparavano in aria per intimidire la gente del villaggio. Dopo hanno costretto padre Pier Luigi a salire su una grossa moto, seduto in mezzo tra il conducente e il secondo rapitore che lo sorvegliava”. Secondo padre Vito,

“rapendo il missionario hanno voluto far paura alla gente.

Padre Pier Luigi si occupava anche di una scuola cattolica, a Ngula, un villaggio a 30 chilometri di Bomoanga. Dopo il suo rapimento e quello del capovillaggio di Ngula, la scuola è stata chiusa per i timori dei genitori e dei maestri”.

Il superiore generale offre una chiave di lettura dell’accaduto: “Con molta probabilità i rapitori sono da identificare tra i gruppi di ideologia jihadista che sono nati e si sviluppano velocemente in tutta la zona del Sahel e di cui si era notato la presenza anche nella zona di Bomoanga negli ultimissimi mesi prima del rapimento. In parte le motivazioni di chi ha eseguito l’azione possono essere di natura economica. Si promette ai giovani di avere subito molto denaro a disposizione se si uniscono a queste azioni violente. Gli esecutori materiali possono avere ceduto padre Gigi a dei gruppi più organizzati e ideologizzati. Un europeo è una preda dal valore molto alto: può servire per un alto riscatto, ma può essere soprattutto merce di scambio per armi, connivenze militari, prigionieri, influenze politiche…”. Finora, “non c’è stato alcun contatto da parte dei rapitori. Pier Luigi è nella lista dei rapiti italiani presi in carico dall’Unità di crisi della Farnesina. Sin dai primissimi giorni del rapimento, i funzionari dell’Unità di crisi sono stati molto vicini alla famiglia e da allora non hanno cessato di battere tutte le strade possibili per arrivare a trovarlo”, precisa padre Porcellato.

L’insicurezza nella zona è marcata. “In quella stessa notte, la polizia locale di Makalondi mi ha inviato alcuni ragazzi cristiani per farmi sapere di dover andare subito via dalla missione. Accompagnato da un catechista ho dovuto rifugiarmi nella capitale Niamey”, dichiara padre Girotto. “L’arcivescovo di Niamey, mons. Laurent Lompo, è originario della stessa zona in cui operava padre Maccalli, la sola regione del Niger dove ci siano diverse comunità cristiane autoctone – rammenta il superiore generale -. Prima del rapimento si contavano 4 parrocchie tutte affidate a una decina di missionari e laici missionari Sma italiani, spagnoli, indiani e beninesi. Nei mesi successivi hanno dovuto ripiegare sulla capitale su ordine delle forze di sicurezza. Ora un minimo di servizio pastorale è assicurato a partire dalla parrocchia di Makalondi che viene raggiunta periodicamente da Niamey. Con l’arcivescovo, siamo in attesa che si ristabiliscano condizioni minime di sicurezza per poter riprendere la nostra presenza in questa zona”.

A un anno dal rapimento, padre Vito esprime un auspicio: “Spero che padre Pier Luigi sia ancora vivo, ma non so quando sarà liberato, temo che passeranno degli anni, dobbiamo continuare a pregare. Come Sma ogni venerdì preghiamo e ogni 17 del mese teniamo viva la sua memoria”. “Sento Pier Luigi vivo e molto vicino e, con tutti, ogni giorno chiedo al Signore la sua liberazione”, dice padre Porcellato.

Padre Maccalli, in un video realizzato da un suo confratello, si racconta così: “Sin da ragazzo sapevo di voler essere sacerdote e missionario. L’essere oggi prete missionario è un sogno realizzato”. Parlando del suo impegno a Bomoanga diceva: “la nostra è una missione di annuncio e di promozione umana. La nostra pastorale sociale è caratterizzata da 3 ‘S’: salute, scuola e sviluppo”.

In un video, realizzato a Niamey appena una settimana prima del rapimento, dal sacerdote della diocesi di Roma, don Federico Tartaglia, padre Pier Luigi spiega cosa lo spinge a tornare ogni volta in missione, dopo un periodo di riposo in Italia: “La passione per il Vangelo e per Cristo, per questa gente che lo vive: tutto ciò aiuta me a essere cristiano”.