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Aggiornato: 2 ore 18 min fa

“Quota 100”, ecco i requisiti: in pensione con almeno 62 anni di età e un minimo di 38 anni di contributi

8 ore 9 min fa

Si potrà andare in pensione con almeno 62 anni di età e un minimo di 38 anni di contributi. È questa la “quota 100” approvata in via sperimentale per un triennio, con una clausola di salvaguardia che scatterebbe nel caso di superamento dei piani di spesa per tenere sotto controllo i conti pubblici. La prima “finestra” per andare in pensione con i nuovi criteri, avendo maturato i requisiti al 31 dicembre scorso, è ad aprile per i lavoratori del settore privato, mentre i dipendenti pubblici dovranno attendere agosto e in ogni caso dovranno presentare la domanda con un preavviso di sei mesi. Nel settore della scuola resta in vigore il regime speciale: chi matura quota 100 entro il 31 marzo potrà andare in pensione a settembre, gli altri dal prossimo anno scolastico. Per i dipendenti pubblici è stata introdotta una novità che riguarda la liquidazione: invece di aspettare i 67 anni e il versamento in più rate, potranno ottenere dalle banche un anticipo fino a 30 mila euro con il 95% degli interessi a carico dello Stato. Per colmare i vuoti contributivi (al massimo 5 anni) le nuove norme stabiliscono condizioni di riscatto agevolate. Entro i 45 anni il trattamento agevolato comprende anche il riscatto del periodo di laurea.

La platea potenziale è stimata in 315 mila persone nel 2019, un milione nel triennio.

La scelta di usufruire della quota 100 è libera, in quanto il lavoratore dovrà tenere conto che la pensione sarà ridotta in proporzione all’anticipo rispetto ai termini della legge Fornero (si calcola circa 3-5% per ogni anno in meno) e questo non perché sia prevista una penale, ma per il semplice effetto dei minori contributi versati. Viene introdotto anche un divieto di cumulo con i redditi da lavoro, fatta eccezione per il lavoro autonomo fino a 5 mila euro annui. Le nuove norme prevedono la possibilità di andare in pensione anche fino a tre anni prima del raggiungimento dei requisiti, attraverso accordi tra imprese e sindacati che diano il via a fondi di solidarietà bilaterale per finanziare un assegno straordinario a copertura degli anni scontati e sempre che il datore di lavoro assuma un nuovo lavoratore per ogni pensionato. Viene anche bloccato a 42 anni (41 per le donne) e 10 mesi di contributi il requisito per andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica.

Doveva scattare un incremento di 5 mesi, ma poiché bisogna comunque aspettare che si apra la “finestra” trimestrale, la riduzione reale è di 2 mesi.

Ai lavoratori precoci (chi ha iniziato a lavorare prima dei 19 anni) non si applica l’adeguamento alla speranza di vita e quindi essi potranno andare in pensione con 41 anni di contributi (più i tre mesi della “finestra”). Viene inoltre prorogato di un anno l’Ape sociale, l’anticipo pensionistico per i soggetti disoccupati o in grave difficoltà. Le lavoratrici con almeno 35 anni di contributi potranno uscire dal lavoro a 58 (se dipendenti) o 59 anni (se autonome) avvalendosi dell’“opzione donna” che però prevede il ricalcolo dell’intero assegno previdenziale con il meno vantaggioso metodo contributivo.

Reddito di cittadinanza: come funziona e a chi spetta

9 ore 37 min fa

Per il Reddito di cittadinanza le richieste partiranno da marzo e la prima erogazione è prevista a fine aprile. Sarà attivato un apposito portale per le richieste online oppure ci si potrà rivolgere agli uffici postali (incaricati anche di distribuire la “card” tipo postepay in caso di ottenimento del Rdc) o ai Caf. Il principale requisito economico è un Isee non superiore a 9.360 euro, ma con ulteriori specifiche. Il reddito familiare, infatti, non deve superare i 6.000 euro annui, limite che cresce in base al numero dei componenti della famiglia e alla presenza di minori, fino a un tetto di 12.600 euro (20.000 euro se è presente un disabile). Il patrimonio immobiliare, esclusa la prima casa, non deve superare i 30mila euro. Altri limiti riguardano l’acquisto di auto, moto, barche ecc. Pene molto severe, compreso il carcere fino a 6 anni, sono previste per chi dichiara il falso.

L’assegno massimo è pari a 500 euro mensili (se il soggetto ha reddito pari a zero, altrimenti il Rdc va a integrazione di quanto autonomamente percepito fino al tetto) più 280 euro di contributo per l’affitto qualora non si abiti in una casa di proprietà. Un contributo minore è previsto per chi è proprietario ma per comprare la casa ha dovuto stipulare un mutuo.

L’assegno viene modulato in base alla composizione nel nucleo familiare e può arrivare fino a 1.300 euro per una famiglia con due adulti e tre figli (di cui due minorenni). Per la pensione di cittadinanza l’importo massimo dell’integrazione al reddito è di 630 euro mensili per un singolo (882 per due componenti) più 150 euro per l’eventuale affitto. La misura è riservata ai nuclei composti esclusivamente da persone con almeno 67 anni di età. Le famiglie potenzialmente beneficiarie vengono stimate in un milione e 320 mila, di cui 164 mila straniere. Tra gli stranieri la povertà ha tassi estremamente più elevati rispetto agli italiani, ma il limite di 10 anni di residenza in Italia ha falcidiato il bacino. Peraltro è richiesta la presenza continuativa in Italia negli ultimi 24 mesi e questo riguarderebbe anche un cittadino italiano in rientro dall’estero. Qualche osservatore ha fatto notare che dividendo le somme stanziate nella legge di bilancio per il numero dei potenziali beneficiari i conti non tornano: il Rdc arriverebbe a circa 390 euro medi a famiglia e 138 euro a persona. Ma a questo punto non resta che aspettare i dati effettivi dei prossimi mesi.

Il Reddito di cittadinanza sarà erogato per 18 mesi, con la possibilità di un rinnovo per altri 18.

La misura non prevede soltanto un contributo economico ma un percorso di accompagnamento che coinvolge tutto il nucleo familiare attraverso un “patto per il lavoro” e un “patto per la formazione”, con la possibilità di un “patto per l’inclusione” analogo a quello dell’attuale Rei (che continuerà a essere percepito da chi già lo riceve fino al termine conclusivo). Quest’ultimo percorso riguarda i casi in cui il problema non sia di natura lavorativa – la povertà è un fenomeno multidimensionale – e chiama in causa i servizi sociali dei Comuni invece dei Centri per l’impiego, che restano però il punto di riferimento centrale di tutta l’operazione. Infatti, “nel caso in cui, in esito alla valutazione preliminare, i bisogni del nucleo familiare e dei suoi componenti siano prevalentemente connessi alla situazione lavorativa, i servizi competenti sono comunque individuati presso i Centri per l’impiego”. Da tali Centri dovranno arrivare le proposte lavorative per i singoli o i nuclei percettori del Rdc, che dovranno inoltre mettere a disposizione 8 ore settimanali per progetti socialmente utili sul territorio. Le proposte dovranno essere “congrue” e questo, tra l’altro, significa che potranno riguardare una sede lavorativa in un raggio di 100 km nei primi sei mesi e di 250 km dopo il sesto mese (sono previsti correttivi per le situazioni in cui i soggetti hanno particolari doveri di cura, ecc.). Dopo tre proposte rifiutate (oppure dopo la prima se sono trascorsi già 12 mesi), si decade dal beneficio. Per incentivare l’assunzione di percettori del Rdc, i datori di lavoro riceveranno in forma di sgravi contributivi un importo pari agli assegni mancanti dalla partenza del contratto (a tempo pieno e indeterminato) fino alla scadenza dei 18 mesi, con un minimo di 5 mesi.

L’attentato a Bogotà rischia di far saltare il cammino di pace in Colombia

11 ore 44 min fa

Ottanta chili di esplosivo rischiano di far saltare il cammino di pace in Colombia. È di ora in ora più drammatico il bilancio dell’attentato di ieri alla scuola per cadetti di Polizia General Santander di Bogotá, il più sanguinoso da almeno una dozzina d’anni: 21 morti e 68 feriti, riferisce l’ultimo bollettino della Polizia, durante la notte italiana. Era iniziata in modo sereno e festoso, la mattinata, nell’ampia costruzione immersa nel verde lungo l’autostrada del sud, nell’estremo lembo della zona residenziale della capitale della Colombia, prima di addentrarsi nella “terra di nessuno” di Ciudad Bolivar.

#FelizJueves esta es la alma mater de la oficialidad “la fuerza al servicio del derecho” formando líderes con capacidad de transformación social. pic.twitter.com/c4eGSPqv11

— Escuela de Cadetes de Policía ECSAN (@EscuelaDCadetes) 17 gennaio 2019

Come testimoniano i tweet, di buon mattino i giovani che studiano per diventare sottoufficiali di Polizia si erano radunati per assistere alla cerimonia di consegna della “seconda stella” per alcuni di loro, segno di avanzamento nel loro corso di studi.

Imposición de la segunda estrella a unos cadetes de la compañía General Santander, en símbolo de afianzamiento en el ejercicio del mando. @PoliciaColombia pic.twitter.com/cpHgHnr7cH

— Escuela de Cadetes de Policía ECSAN (@EscuelaDCadetes) 17 gennaio 2019

Pochi attimi dopo, quello stesso luogo si è trasformato in un’apocalisse, facendo riemerge i fantasmi di un recente passato. A causare la più terribile esplosione degli ultimi dieci anni nella capitale è stata la Nissan Patrol guidata dal cinquantaseienne José Aldemar Rojas (questo il nome ben presto individuato dalle forze di polizia colombiane) e imbottita di esplosivo, 80 chili di pentolite. I cani all’ingresso della scuola di polizia hanno fiutato qualcosa, l’auto ha forzato il posto di blocco ed è esplosa di fronte al convitto femminile.

Tra le vittime c’è anche l’autista della Patrol.

Non fa parte delle “tradizioni colombiane” quella degli attentatori suicidi, ma l’ipotesi è sul campo, così come quella che Rojas non sia riuscito a scendere dall’auto.

Negli attimi successivi si è subito respirato smarrimento e incredulità. Chi può aver ideato una cosa del genere?”. Varie ipotesi, al momento, ma nessuna certezza. Commenta da Bogotá Dimitri Endrizzi, originario del Trentino, docente di Scienze politiche all’Universidad Católica de Colombia: “Questo attentato arriva in momento molto delicato nella vita politica e sociale del Paese. L’opinione pubblica è scossa da vari avvenimenti, come lo strano ‘suicidio con il cianuro’ del testimone chiave nell’ambito del processo per corruzione relativo allo scandalo continentale Odebrecht, e la dirompente testimonianza, al processo contro El Chapo in corso a New York, del narcotrafficante colombiano Alex Cifuentes, che ha chiamato in causa l’ex vicepresidente della Repubblica e capo della Polizia Óscar Naranjo, considerato uno dei volti più puliti della politica colombiana. E poi continuano le uccisioni dei leader sociali e l’applicazione del processo di pace, rispetto all’accordo del 2016, è molto parziale”. In questo contesto, e dentro una società divisa e polarizzata, l’attentato rischia di destabilizzare ulteriormente la situazione e di inghiottire nuovamente il paese nella spirale della guerra e della violenza.

Chi può avere l’interesse a fare questo? Non ci sono finora state rivendicazioni, il profilo dell’attentatore è inconsueto: non faceva parte delle Farc, anche se aveva provato di farsi inserire nei programmi di reinserimento cercando di passare per uno di loro, gli investigatori stanno cercando tracce dei suoi legami con la guerriglia dell’Eln.

“L’attentato è stato preparato probabilmente non da persone improvvisate, vista la quantità di esplosivo usata – spiega sempre Endrizzi -. Difficile che possano essere stati dissidenti delle Farc, che non sono ora così organizzati”. La pista al momento più battuta porta all’Eln (autrice un anno fa di un sanguinoso attentato multiplo contro la polizia a Barranquilla), qualcuno parla del Clan Úsuga, il cartello di narcos chiamato anche Clan del Golfo o di forze oscure che voglio scardinare il faticoso cammino di pace.


Certa è invece la preoccupazione di numerosi attori istituzionali e, tra tutti, della Chiesa colombiana. Una delle prime dichiarazioni, ieri, è stata quella resa al Sir da mons. Elkin Fernando Álvarez Botero, segretario generale della Conferenza episcopale colombiana (Cec) e vescovo ausiliare di Medellin: “Condanniamo il ricorso al terrore e alla violenza per qualsiasi manifestazione e per qualsiasi motivazione. Certo, questo fatto ci destabilizza e ci chiede di condannare con forza qualsiasi atto violento, da qualunque parte provenga. Speriamo che si possa chiarire nel tempo più breve possibile chi è il responsabile e possa essere assicurato alla giustizia”.

Ha proseguito il segretario generale: “Invitiamo a considerare che non si può tornare indietro rispetto al cammino della pace”.

Poco dopo è arrivato un breve messaggio video di mons. Óscar Urbina Ortega, presidente della Cec e arcivescovo di Villavicencio e successivamente un comunicato ufficiale della Conferenza episcopale colombiana, firmato dallo stesso mons. Urbina, nel quale si scrive: “Dobbiamo opporci con decisione e coraggio a questo attentato demenziale, a ogni omicidio e a ogni atto di violenza, che solo porterà più morte e distruzione. E’ il momento di rafforzare la volontà, l’impegno e l’unità di tutti, governo e società civile, per sconfiggere la violenza e incamminarci con rinnovata fermezza verso la riconciliazione e la pace”.

L’arcivescovo di Bogotá e primate di Colombia, card. Rubén Salazar Gómez, ha diffuso una breve dichiarazione: “La morte, la violenza, il terrore e la giustizia non possono mai essere seme di giustizia e di pace. Condanniamo questo e ogni attentato, che ferisce la dignità delle persone e della società e manifestiamo la nostra solidarietà alla nazione, alla Polizia, alle vittime e e alle loro famiglie, e imploriamo il perdono e la pace”.
Il presidente della Comision de Verdad, il gesuita padre Francisco De Roux, attraverso Twitter esprime la condanna per l’attentato e “invita a proseguire sulla strada della verità, della giustizia e della non ripetizione della barbarie”.

La Comisión de la Verdad rechaza con indignacion el atentado contra la Policia que deja 9 muertos y 54 heridos. Se solidariza con las victimas y familiares y se une al dolor de Colombia. Invita a continuar en la tarea por la verdad, la justicia y la no repetición de la barbarie.

— Francisco De Roux (@FranciscoDeRoux) 17 gennaio 2019

The attack in Bogota risks thwarting the peace process in Colombia

11 ore 45 min fa

Eighty kilos of explosives now risk blowing to pieces also the peace process in Colombia. The death toll of yesterday evening’s car bomb attack against General Santander police academy is tragically increasing by the hour. It was the deadliest attack in at least the past twelve years, which left 21 dead and 68 injured according to the latest statement by the police issued in the late night hours, Italian time. The morning had started peacefully and joyfully in the large compound immersed in the greenery in the southern part of the residential area of the Colombian capital, bordering onto “no man’s land” of Ciudad Bolivar.

 

#FelizJueves esta es la alma mater de la oficialidad “la fuerza al servicio del derecho” formando líderes con capacidad de transformación social. pic.twitter.com/c4eGSPqv11

— Escuela de Cadetes de Policía ECSAN (@EscuelaDCadetes) 17 gennaio 2019

As witnesses testified in tweets, in the early morning the young students of the Cadet academy were attending a promotion ceremony that awarded the “second star” to some of the cadets, in recognition of their school achievements.

 

Imposición de la segunda estrella a unos cadetes de la compañía General Santander, en símbolo de afianzamiento en el ejercicio del mando. @PoliciaColombia pic.twitter.com/cpHgHnr7cH

— Escuela de Cadetes de Policía ECSAN (@EscuelaDCadetes) 17 gennaio 2019

A few instant later that same place became the site of an apocalypse, reviving the ghosts of a recent past. The deadliest attack in the past ten years in the capital city was caused by a Nissan Patrol. Colombian investigators have identified the car’s driver as 56-year-old Jose Aldemar Rojas, carrying 80 kilograms of the high explosive pentolite. The explosive-sniffing dogs that protect the facility detected something and the car rammed through the checkpoint, exploding in front of the female police barracks.
The driver of the Patrol was among the victims.

Suicide bombers are not common in “the history of Colombian attacks”, but it’s a possibility that is being investigated, along with the possibility that Rojas didn’t manage to get out of the car.

The first reactions were disorientation and disbelief: “Who on earth is responsible for all of this?”. Many theories on the ground, but none of them confirmed until now. Contacted in Colombia where he lives, Dimitri Endrizzi,  born in Trentino, Italy, Professor of Political Science at the Universidad Católica de Colombia, remarked: “This attack took place at a very delicate moment in the political and social life of the Country. Public opinion was shattered by various events, such as the odd ‘suicide with cyanide’ of the key-witness in the trial for bribery involving the continental Odebrecht scandal, along with the disruptive testimony in the trial of drug lord El Chapo ongoing in New York, of Columbian drug trafficker Alex Cifuentes, who mentioned the involvement of the former Vice-President of the Republic and former Head of Police Óscar Naranjo, largely viewed as one of the most honest figures in Colombia’s political life. On top of this the killing of social leaders continues, while the application of the peace process defined in 2016 is extremely limited.” In this context, within a divided, polarized society, the terror attack risks further destabilizing the situation, causing the country to relapse into the spiral of violence and war.

Who has an interest in causing all of this? Nobody has claimed responsibility up to now. The profile of the attacker is also unusual: he was not a member of the FARC, although he reportedly  tried to be included in their reintegration programmes trying to pass himself off as one of them. Investigators are looking into his connections with the rebels from the National Liberation Army (ELN). “Probably those who organized the attack were no amateurs, given the amount of explosive used – Endrizzi went on -. It is unlikely that they were FARC dissidents, as they lack such organizational capacities today.” For the moment the most beaten track leads to ELN (that launched deadly multiple bomb attacks against police stations in Barranquilla a year ago). Other possible assailants include the country’s Usuga drug cartel, also called the ‘Gulf Clan’, or subversive conspiracies whose purpose is to sabotage the challenging path of peace.

Several institutional players are deeply worried, notably the Colombian Church. One of the first statements released yesterday is the one given to SIR by Mons. Elkin Fernando Álvarez Botero, Secretary General of the Colombian Bishops’ Conference (CEC) and auxiliary bishop of Medellin: “We condemn the use of terror and violence in all circumstances and for any reason. Of course, this fact destabilizes us and prompts our strong condemnation of any act of violence, wherever it comes from. Hopefully the perpetrators will be identified and brought to justice as soon as possible.”

The Secretary General added: “We enjoin everyone to bear in mind that there will be no going back on the peace process.”His statement was rapidly followed by a short video-message by Msgr. Óscar Urbina Ortega, CEC President, archbishop of Villavicencio, and by an official declaration of the Colombian Bishops’ Conference signed by Msgr. Urbina, that states: “We must oppose this insane attack with courage and determination, every murder and every act of violence will only bring more death and destruction. It is time to strengthen the will, the commitment and the unity of all, government and civil society alike, to uproot violence and move forth with renewed firmness of purpose along the path of reconciliation and peace.”


The Archbishop of Bogota, Primate of Colombia, Cardinal Rubén Salazar Gómez, released a short statement: “Death, violence and terror can never be seeds of justice and peace. We condemn this and any attack that wounds the dignity of persons and of society. We express our solidarity to the nation, the police, the victims and their families, and implore forgiveness and peace.”
The President of the Comision de Verdad, Jesuit Father Francisco De Roux, expressed his condemnation of the attack on Twitter with an invitation “to continue along the path of truth and justice, shunning the reiteration of such barbarity.”

La Comisión de la Verdad rechaza con indignacion el atentado contra la Policia que deja 9 muertos y 54 heridos. Se solidariza con las victimas y familiares y se une al dolor de Colombia. Invita a continuar en la tarea por la verdad, la justicia y la no repetición de la barbarie.

— Francisco De Roux (@FranciscoDeRoux) 17 gennaio 2019

Holy Land: in the Christian village of Iqrit that wants to return to life 71 years after its destruction

11 ore 54 min fa

Hanna Nasser is 81 years-old, 71 of which were lived in the expectation of returning to Iqrit, the Arab-Christian village in Galilee where he lived until the age of 10. That is, until, in November 1948, six months after the creation of the State of Israel, during the Arab-Israeli war, the army with the Star of David entered the village asking inhabitants to temporarily leave the village for two weeks owing to military operations in the area. Thus the entire the population of Iqrit, 500 people, were moved to the neighbouring village of Rameh.

But that was just the beginning of their exile. Two weeks became two years, and on July 31st, 1951, the inhabitants of Iqrit pleaded their case before Israel’s Supreme Court that ruled in favour of the right to return to their village. The army’s response was not long in coming, and it was harsh. That same year,  on Christmas eve, Israeli soldiers ravaged the village, sparing only the small church devoted to the Holy Virgin and the small cemetery. The whole territory of the village was confiscated. The inhabitants of Iqrit became de facto refugees in their own homeland and were dispersed across various areas, in Haifa, Acre, Jaffa, Jerusalem, Rameh and other Israeli towns. The surrounding villages of Kafr Bir’im, Nabi Rubin and Tarbikha suffered a similar fate.

Since then their struggle to return has been relentless, and the villagers of Iqrit, like Hanna, along with their descendants, are determined to obtain justice. 71 years have passed and they continue gathering to pray in their church, burying the dead in the small cemetery and teaching the history of the village to their children and grandchildren.
Every day some of them guard over the remains of the village, consisting in heaps of rubble and ashes scattered outside the church, whose façade is enriched by a statue of the Virgin Mary adorned with a large Rosary. The prickly pear trees, with which local villagers used to mark their respective boundaries, live on. According to a local saying, the roots of prickly pear trees run so deep that they come back to life even if they are uprooted. After 71 years they bear witness to this saying. The surrounding landscape is lush and green despite the winter season. The Lebanese mountains loom up less than 60 km away. Behind the church, the native inhabitants of Iqrit have built a small structure that Israeli soldiers have tried to destroy on several occasions, but to no effect. An old sofa, a swing and a tent are the only ‘urban furnishings’ of the village.

Hanna comes here at least twice a week. After a lifetime spent in exile, working as  a nurse in Jaffa and Haifa, he goes to Iqrit to recover that past he was stripped of by a war that is still being fought.
“I remember everything of those days of November 1948. I also remember the smoke that rose from the village on that Christmas eve, when our houses were set ablaze.” The suffering of that day is the same today. He asks us to follow him. A few dozen meters ahead, he walks at a steady pace on a steep trail. He is familiar with every inch, every stone and every pit. “I covered this tract a thousand times”, he says with the glimpse of a smile. He stops and proudly shows us a heap of stones. “This is what remains of my home. It hurts to see it destroyed and not be able to rebuild it. I come here almost every day because this is where I was born, where I lived. This is my life.

I will continue coming here whenever I can, until I have the strength to.”

Hanna doesn’t want to return to his village alone, as a dead man. The memory of this land must be passed on before anything else, and that’s why, he says, “I bring here with me my children and grandchildren. They need to know that the story of our family began here.”

You can’t sever your roots. There is a right to return that must be enforced. In this area villagers cherish the vivid memory of the story of a poet from Iqrit, Aouni Sbeit:  while the villagers of Iqrit were protesting in front of the office of the Israeli Prime Minister, he said to a journalist: “if you put your ear up to the belly of a pregnant woman of Iqrit, you will here the infant saying that we shall return!”

Terra Santa: nel villaggio cristiano di Iqrit che vuole tornare a vivere a 71 anni dalla distruzione

11 ore 55 min fa

Hanna Nasser

Hanna Nasser ha 81 anni. Di questi ben 71 li ha vissuti nell’attesa di ritornare a Iqrit, il villaggio arabo-cristiano della Galilea dove è nato e cresciuto fino all’età di 10 anni. Fino a quando, cioè, nel novembre del 1948, sei mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, durante la guerra arabo-israeliana, l’esercito con la Stella di David entrò nel villaggio chiedendo agli  abitanti di uscire temporaneamente per due settimane a causa delle operazioni militari in corso nell’area. Fu così che tutta la popolazione cristiana di Iqrit, 500 persone, fu trasferita nel vicino villaggio di Rameh.

Ma l’esilio era appena cominciato. Due settimane divennero due anni: così il 31 luglio del 1951 gli abitanti di Iqrit fecero ricorso alla Suprema Corte di Giustizia israeliana che sentenziò il loro diritto al ritorno. La risposta dell’esercito non si fece attendere e fu dura: la notte di Natale dello stesso anno mise a ferro e fuoco il villaggio lasciando in piedi solo la chiesetta dedicata a Maria e il piccolo cimitero. Tutta la terra del villaggio fu confiscata. Gli abitanti di Iqrit divennero di fatto dei rifugiati nella loro stessa patria disperdendosi tra Haifa, Acri, Giaffa, Gerusalemme, Rameh e altre città israeliane. Una sorte analoga subirono i villaggi circostanti di Kafr Bir’im, Nabi Rubin e Tarbikha.

Da quel giorno la lotta per il ritorno non è mai cessata, e gli abitanti di Iqrit come Hanna, e i loro discendenti, restano determinati a ottenere giustizia. Sono passati 71 anni e continuano a incontrarsi per pregare nella loro chiesa, a seppellire i morti nel piccolo cimitero e a insegnare ai loro figli e nipoti la storia del villaggio.

Ogni giorno qualcuno di loro ne presidia i resti, vale a dire un cumulo di macerie sparse intorno alla chiesa la cui facciata è arricchita da una statua della Vergine Maria adornata con una grande corona del Rosario. Resistono rigogliose le piante di fico d’India con cui gli abitanti dei villaggi della zona erano soliti segnare i rispettivi confini. Da queste parti dicono che le radici del fico sono talmente profonde che rinascono sempre anche se estirpate. Dopo 71 anni sono ancora lì a testimoniarlo. La vegetazione circostante è ricca e verde nonostante il periodo invernale. Le montagne del Libano si stagliano nitide a meno di 60 km. Dietro la chiesa i nativi di Iqrit hanno realizzato una piccola struttura che i soldati israeliani hanno più volte provato a distruggere ma senza esito. Un vecchio divano dove sedersi, una altalena e una tenda sono gli unici arredi ‘urbani’ del villaggio.

Hanna viene qui almeno due volte a settimana. Dopo una vita in esilio, trascorsa lavorando come infermiere a Jaffa e Haifa, sale a Iqrit per riprendersi quel passato che gli è stato tolto da una guerra che ancora continua.

“Ricordo tutto di quei giorni del novembre del 1948. Ricordo anche il fumo che si alzava dal villaggio quella notte di Natale in cui le nostre case furono fatte esplodere”.

La sofferenza di allora è la stessa di quella di oggi. Chiede di seguirlo. Qualche decina di metri, cammina con passo sicuro su un terreno scosceso di cui conosce ogni centimetro, ogni sasso, ogni buca. “L’ho percorso migliaia di volte” dice con un mezzo sorriso. Si ferma e con orgoglio mostra un cumulo di sassi: “ecco, questo è ciò che resta di casa mia. È una grande sofferenza vederla distrutta e non poterla ricostruire. Ma vengo qui quasi tutti i giorni perché qui sono nato, qui ho vissuto e questa è la mia vita.

Finché avrò la forza nelle gambe verrò tutte le volte che potrò”.

Hanna non vuole tornare nel suo villaggio solo da morto. Prima c’è da perpetuare la memoria di questa terra motivo per cui, dice, “porto qui anche i miei figli e i miei nipoti. Devono sapere che per la nostra famiglia tutto ha avuto inizio da qui”.

Le radici non si recidono. C’è un diritto al ritorno da far valere. È ancora viva, da queste parti, la storia di un poeta di Iqrit, Aouni Sbeit, che mentre gli abitanti di Iqrit protestavano davanti all’ufficio del Primo Ministro israeliano, disse a un giornalista: “se avvicini l’orecchio alla pancia di una donna incinta di Iqrit, sentirai il bambino dire che ritorneremo!”.